Recensioni

7.3

Esiste nelle varie forme artistiche un postulato duro a morire, secondo cui maggiore complessità espressiva implica maggiore impegno nella decodificazione e, di riflesso, maggior valore. È il postulato che domina il modus operandi sperimentale e avanguardistico (o sedicente tale), e Alexandra Drewchin, in arte Eartheater, vi si è attenuta nei suoi primi tre album. Dai primi due lavori che battevano un territorio ibrido in cui vellutate elettroniche e slanci freak-folk accompagnavano la sua voce, vero e proprio strumento aggiunto, alle spiccate tendenze avant-pop del recente e osannato IRISIRI – licenziato da quella PAN ormai regina dello sperimentalismo nelle terre liminali tra musica elettronica e sound art – Eartheater si è ritagliata uno spazio nella nicchia di quelle performer che se ne fregano di facili etichette. Se dovessi pensare a un aggettivo per riassumere IRISIRI, quell’aggettivo sarebbe “denso”. Poteva continuare in quella direzione, verso uno sperimentalismo autoriflessivo e a volte ridondante, che giunge quasi a sfidare l’ascoltatore. E invece no. Tempo un anno e Drewchin cambia rotta, ma senza cambiare meta. Via le zavorre da comunicati stampa di gallerie d’arte contemporanee post-post-postmoderne. Via le partiture orchestrali e lo sperimentalismo giocato a carte scoperte. Con questo Trintity, Eartheater sceglie di puntare meno alla testa e più alla pancia e al cuore.

Lo vogliamo definire prima di vivisezionarlo? E allora diciamo che si tratta di un gioiellino in cui l’art/avant pop di casa Drewchin si appoggia su un’impalcatura strumentale un po’ trap, un po’ cloud rap (messa su da un nutrito team di producer), il tutto rigorosamente laccato dreamy. Ebbene sì, siamo di fronte a dieci brani in cui a stupire è il ricorso alla forma canzone canonica, a partire dalla durata e dalla struttura. Brani che partono da stilemi noti – l’art pop à la The Knife + i beat trappeggianti – ma vengono cuciti sulla strabordante personalità artistica di Eartheater, capace di iniettare il suo sperimentalismo, facendo leva soprattutto sulla voce, in una forma pop di fatto più accessibile di quanto abbia mai fatto sinora.

Attenzione: accessibile, finanche smaccatamente pop, non vuol dire semplice o banale, bensì più immediata e seducente. Un po’ come Picasso e quella storia che già a quattro anni sapeva dipingere come Raffaello, ma ci ha messo tutta la vita per imparare a dipingere come un bambino. Trinity scende giù che è una meraviglia, tra melodie accattivanti, emotività sintetica e ritornelli che rimangono in testa e sarebbero cantati a memoria da milioni di persone se a registrarli fosse stata una qualche diva del pop da grandi numeri. Certo, i riferimenti non mancano, ma sono sapientemente miscelati e metabolizzati nel risultato finale, di gran lunga maggiore della somma delle singole parti che lo compongono.

Non si può non pensare a Karin Dreijer Andersson (The Knife, Fever Ray) per quanto riguarda il canto e la sensualità algida, eterea, quasi smaterializzata, e qui invece riportata al pulsare viscerale della carne. È proprio il cantato, spesso indecifrabile e coperto da strati di effetti, a dare carattere all’album e a istituire paralleli: vengono in mente i Tropic of Cancer e gli HTRK, ma meno dark e più eterei, così come il tangente canone avant e synth pop, più o meno barocco, degli ultimi 10 anni – la prima Julia Holter e le Austra degli esordi, Aisha Devi, Colleen – ma anche il potenziale mainstream della prima Grimes e la sensualità delle nuove dive R&B (FKA Twigs, Kelela). E tuttavia Eartheater si mantiene a debita distanza e abita uno spazio proprio, cui si aggiunge una componente performativa e visuale dirompente in cui a tratti riecheggiano l’immaginario conturbante e l’antropomorfismo deforme di Matthew Barney.

Nella copertina vediamo lacrime artificiali e l’immagine di Eartheater riflessa, quasi a simboleggiare il binomio fra suoni sintetici e testi intimisti, cifra della contemporaneità musicale meglio riuscita. Il titolo dell’album invece allude alla trinità; non sembra esserci religione, ma abbondano riferimenti alla trinità degli stati della materia – peraltro ripresa nel titolo dell’ultima traccia Solid liquid gas. Passaggi di stato e sobbalzi emotivi, come testimoniano i versi «Ice cold eyes / Melting at the sight /Of refracted light / In the humid air / On my evaporating tear».

Nella semplicità apparente c’è il leitmotiv dell’acqua, o meglio dei liquidi, che attraversa tutto l’album. E come poteva essere altrimenti, in un’opera incentrata su dolore e piacere, desiderio e mancanza, sesso e sofferenza, legati fra loro da quella reazione fisiologica che è la secrezione di liquidi («Don’t make me wait / You got me wet, come over / You know I got that supersoaker» in Supersoaker, o «I feel a high tide in my eyes / Brimming at the sight of you» in High Tide). Le metafore acquatiche rendono la tensione erotica palpabile («Like a cunning linguist / Finding the words / You find the pearl») nei testi e nei beat pulsanti, e allo stesso tempo sublimata attraverso la duttilità della voce. Prodigal self apre l’album col botto, Supersoaker, Spill the Milk e Lick my Tears sono un tris che da solo vale l’album intero, Pearl Diver gioca su un beat HD e patinato a metà tra PC Music e Peder Mannerfelt, Runoff è una ballata dreamy per voce e synth, e Solid Liquid Gas è la chiusura epica sempre in bilico fra l’accessibilità da “già noto” e il disorientamento dato dall’iniezione di elementi eterodossi a contaminare lo stereotipo pop.

Con Trinity, Eartheater è riuscita a mettersi a nudo su suoni sovente associati a leggerezza e frivolezza. Il fatto che sia riuscita a farlo così bene suggella definitivamente il suo talento e ci dimostra che si può essere accessibili senza essere banali e faciloni. Essere sperimentali è anche questo.

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