Recensioni

Mark Oliver Everett, come tutti gli autori iper-produttivi (Woody Allen, Mark Kozelek, ecc.), deve saper tenere a bada la penna, fare i conti con i corsi e ricorsi storici e, soprattutto, confrontarsi con la possibilità concreta di sbagliare e di fare piccoli buchi nell’acqua. Ma il leader degli Eels lo sa fin troppo bene e, anche se almeno dai tempi di End Times (2009) i suoi dischi non sono più quelli di una volta, anche se l’acido solforico di Novocaine For The Soul non fa più rima con i Cautionary Tales di questo nuovo millennio, Mr. E riesce sempre a comunicare il suo sofferto vissuto come pochi altri.
Undicesimo album in studio per gli Eels, The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett porta in sé l’immagine e il nome del titolare di un progetto decennale che si è nutrito della sua intensa vena espressiva (apparecchiata da un vissuto lacerante), pur risultando, in alcuni periodi, debitore verso alcuni fattori esterni non trascurabili. Ci riferiamo all’attività live che ha scosso la pausa post 2010 e ha contribuito a far maturare i sapori blueseggianti di Wonderful, Glorious, o anche alle velleità letterarie (a dire il vero, azzeccatissime) filtrate nel famoso libro di memorie. Elementi che, per forza di cose, hanno ridistribuito l’attitudine dello scrivano della Virginia.
Questi Cautionary Tales, però, remano un po’ in acque burrascose. Recuperati dalla pattumiera degli scarti di Wonderful, Glorious (edulcorando il tutto, Mr. E parla di “process unconfortable” riguardo alla prima fase del progetto), questi tredici brani galleggiano più vicini alle atmosfere rilassate di End Times, più che nelle vicinanze dei fuzz dei Novanta o del groove di Tomorrow Morning e Wonderful, Glorious. Quello che lascia un po’ spiazzati, a dire il vero, è trovare alcune derive musicali incredibilmente tradizionali, giocate tutte sulla ballad, su pochi accordi di chitarra o a volte di piano, con un sofficissimo backing di archi o fiati. Questo non significa che l’intimismo soffuso non sia una prerogativa di Mr. E, tutt’altro: il Nostro è da sempre un magnifico inventore di ninnananne, di atmosfere, di piccoli affreschi struggenti. È quello che succede in buona parte del disco, con un punto cruciale sul finale, quando Mistakes Of My Youth racchiude il senso intero dell’album: “I can’t keep defeating myself/I can’t repeating the mistakes of my youth”.
È la natura stessa del problema ontologico-esistenziale che porta Mr. E a cautelare i suoni, a farsi riflessivo e poco o per nulla irreverente come un tempo. La ricerca di risposte si fa incessante: “è il mondo o sono io il problema”? Answers recita lenta e struggente la consapevolezza di trovare un significato alla più insignificante delle epoche della vita, anche se, aggiunge nel chorus, permetterà di far entrare tutti e tutti saranno i benvenuti: così si ottengono le risposte. E poi c’è il tema della perdita, che per uno come lui (padre, madre e sorella morti in tragiche circostanze), non può che essere portante in ogni lavoro. Qui la perdita pare volontaria, una perdita che causa rimorso e pentimento: “Everyday I live in regret and pain/You just don’t let that get away” (Kindred Spirit).
In linea, forse, con la recente manipolazione del cantautorato di progetti come Beck, The National o l’ultimo Cave, The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett è un lavoro incredibilmente sofferto, che sconta un duro prezzo forse proprio a causa della sua sincerità. Nella lacerata dichiarazione a cuore aperto, il rischio di una sterilità emozionale e di una ripetitività degli schemi, sminuirebbe la portata di un lavoro tutto sommato onestissimo. Non c’è l’acclamazione, ma moltissimo mestiere: la musica è fatta anche di questo.
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