• Feb
    03
    2017

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Halocline Trance

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Potremmo indicare nel primo capitolo delle incursioni ecologiche di J. G. Biberkopf, pubblicato da Knife nel 2015, il prodromo di una serie di lavori di area accelerazionista incentrata su una power ambient dai forti contrasti tra suoni organici e digitali e governata da un’indagine socio-geo-politica dai contorni cyber apocalittici e post-internet; da cataclisma già avvenuto, insomma, dove nessuno è sopravvissuto, al più soltanto le macchine. David Psutka, da Toronto, una delle menti più brillanti della lungimirante etichetta Night Slugs gestita da Bok Bok e L-VIS 1990 – ed ora in proprio sulla sua Halocline Trance – è senz’altro uno di quei producer che hanno visto in questo taglio rigorosamente concettuale una naturale evoluzione del proprio sound basato su una scurissima pasta sonora indebitata con il black metal e i Sunn o))).

Tornato a firmarsi Egyptrixx dopo la parentesi ambientale del side project Ceramic TL, il producer ne prende dichiaratamente l’eredità attraverso queste nuove «meditazioni attraverso il prisma del cataclisma ambientale», ovvero mettendo in scena un evo largamente disabitato in cui ciò che accade realmente è indecifrabile, eppure mosso da una percepibile struttura a cui gli ingombranti corpi e le figure sonore che ascoltiamo sono soggetti. Vedendola altrimenti, tornerebbe utile la lettura dei seguaci della scuola OOO ma, limitandoci all’aspetto tecnico/sonico, parliamo di oggetti ottenuti tramite microfonazione (e successiva manipolazione digitale) di pesanti campane, vetri e di una complessità di altri elementi tra cui ronzii elettrici e venti siderali; Psutka li coagula in conturbanti texture che ricordano, altrettanto emblematicamente, la superficie traslucida della ceramica (vedi la ragione sociale precedentemente utilizzata) come un gomitolo di circuiteria avariata di qualche cyborg devastato.

Il producer canadese non fa fuori completamente ogni rimando alla club culture o a Carpenter (Ti Exactamundo), come del resto è presente anche l’elemento melodico/umano, seppur residuale (la preghiera vocoderata dai richiami Eno/Cluster della title track o il momento “synthpop” in Anodyne Wants To Ammo); ciononostante, Pure, Beyond Reproach è un trattato dark (più che new) age, irrisolto, frammentario ed infine frustrante (vedi la critica che facemmo al secondo capitolo del citato Biberkopf). E detto questo, non neghiamo che il valore più pregevole dell’opera si risolva nell’affascinante trademark che Egyptrixx può ormai apporre ai suoi “oggetti” e alle loro relazioni. Indubbio che il roteare antigravitazionale di metallo e vetri abbia il suo perché – e possa a buon titolo rappresentare un aggiornamento dell’inventario industriale della ditta Einstürzende Neubauten – ma come non inquadrare quest’album all’interno di lavori la cui sovrastruttura concettuale domina di gran lunga sulla resa/incanto che questa musica dovrebbe innanzitutto instillare di per sé?

3 Febbraio 2017
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