• Mar
    24
    2017

Album

42 records

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Manic Street Preachers speravano nell’approvazione di Alfred J Prufrock, per gli Hot Chip era proprio aprile ad essere il mese più crudeleBob Dylan c’è andato giù pesante facendo i nomi e immaginandosi una bella lotta tra Ezra Pound e T.S. Eliot. Ho cominciato a leggere Eliot al terzo anno di Università e da allora è stato amore a prima lettura, quelle parole e quel senso di alienazione si impossessarono della mia mente come poche volte mi era capitato prima di allora. Qualche tempo dopo mi imbattei in un articolo di Dorian Linskey dal titolo I will show you Arcade Fire in a Handful of Dust, in cui il giornalista del Guardian cercava di spiegare perché artisti come Radiohead, PJ Harvey Arcade Fire avessero una forte ammirazione per il poeta anglo-americano e trasportassero questa stima nei loro rispettivi lavori. Quando ho scoperto che sarebbe uscito un album dal titolo Quattro Quartetti la mia attenzione si è inevitabilmente focalizzata sul tentativo di reperire più informazioni a riguardo.

Ho tirato un sospiro di sollievo quando ho scoperto che dietro alla trasposizione in musica c’erano Emidio ClementiCorrado Nuccini. Il duo non ha bisogno di presentazioni, non solo per i gruppi dai quali gli artisti in oggetto provengono (Massimo VolumeGiardini di Mirò su tutti), ma anche per la loro precedente collaborazione, Notturno Americano. I presupposti per fomentare la mia curiosità c’erano tutti, non perché il curriculum sia sempre sinonimo di garanzia ma perché scegliere di mettere mano ad un’opera così complessa come i Quattro quartetti di Eliot significa mettersi in gioco e farlo senza attenuanti. Quello dell’autore di Terra desolata è uno dei nomi più altisonanti del Novecento letterario, e la sua abilità nel descrivere in maniera così energica la frammentarietà dell’epoca entre deux guerres è uno dei motivi che ha spinto molti musicisti a fare i conti con l’immaginario di Eliot. Quello che Clementi e Nuccini mettono in musica è un testo ridimensionato che segue in maniera pedissequa l’originale. Confrontarsi coi Quattro quartetti in maniera così ravvicinata vuol dire camminare in equlibrio su un labirinto simbolico ed evocativo, una struttura precisa ma imprevedibile. L’opera di Eliot è suddivisa in movimenti: sono quattro come gli elementi, le stagioni, i luoghi citati nel poema e, ancora, come i brani dell’album del duo italiano.

Clementi veste i panni di Tiresia e ci guida attraverso le coordinate autobiografiche e culturali del poeta che intersecano una casa in campagna (Burnt Norton), un villaggio del Sommerset (East Coker), un gruppo di scogli (Dry Salvages) e un villaggio dell’Huntingdonshire (Little Gidding). Per ognuno di questi luoghi (meta)fisici, Nuccini e il suo collega disegnano atmosfere che vanno dall’ambient alla musica etnica, in un ventaglio di sensazioni dove field recording e registrazioni (come le voci dei bambini) tentano di fare da contraltare all’eco dell’interpretazione meccanica dello stesso Eliot. Quattro quartetti è un rito di passaggio dal duro inverno (che ci ha tenuti caldi) alla rinascita della primavera, un reading che riesce a personalizzare l’opera originale con un rispetto degno di chi, prima di essere artista e quindi scrittore, è pubblico e quindi lettore. È questo il punto di contatto tra musicisti così lontani eppure così vicini: in un periodo di crisi sociale, economica e, soprattutto, morale occorre ribadire che l’arte può salvarci, e che non siamo quel paziente eterizzato disteso su una tavola.

Emidio ClementiCorrado Nuccini ci consegnano un’opera che si dimostra ancora tragicamente attuale e lo fanno reinterpretando al meglio le parole di Eliot e traducendo in musica il rumore che il mondo fa quando esce dai suoi cardini.

24 Marzo 2017
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