• Nov
    05
    2013

Album

Interscope Records

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Ne è passato di tempo dal 2000, anno di pubblicazione di The Marshall Mathers LP, terzo album di un Eminem allora lanciatissimo, in procinto di pubblicare, due anni più tardi, lo storico The Eminem Show. Tredici anni dopo il rapper bianco più famoso del pianeta pubblica il secondo volume del disco. Da allora sono cambiate molte cose per Mr. Mathers, compreso il turbolento periodo passato tra divorzi, droghe e soprattutto l’uccisione dell’amico Proof (membro dei D12) durante una sparatoria in un club di Detroit, eventi che hanno influito non poco sui passi falsi di Relapse (2009)e Recovery (2010).

Come affermato da Eminem stesso, il nuovo disco vuole richiamare le sensazioni e le atmosfere del primo volume, concepito in un periodo artisticamente fecondo e pieno d’idee. Eppure, ascoltando The Marshall Mathers Lp 2 non è facile trovare punti di contatto tra i due album, semmai è più agevole riconoscere la linea tracciata da un’intera carriera, scoprendone pregi e difetti. Continuando il suo cammino su un solco rivolto a opere più pop, Eminem affida la cabina di regia all’amico/mentore Dr. Dre e allo stakanovista Rick Rubin. Le sedici tracce sono tutte ben mescolate tra loro: c’è spazio per i ritornelli orecchiabili – affidati spesso a voci femminili – come Legacy e Bad Guy (quest’ultimo con il delicatissimo canto di Sarah Jaffe) o il solito Skit fatto di fughe e sparatorie metropolitane. Rispetto ai tanti colleghi, Eminem opta per basi sobrie e mai “pompate”, evitando rivoli eccessivamente elettronici e beat iper-prodotti, preferendo le rudi schitarrate crossover di una Survival (con il ritornello eseguito da Liz Rodrigues) usata come soundtrack nel famoso videogioco di simulazione guerra Call Of Duty Ghosts. Come in Love The Way You Lie, contenuta in Recovery, anche qui Eminem rappa al fianco di Rihanna (The Monster), creando la classica canzone impacchettata a dovere da gettare in pasto alle trasmissioni radiofoniche con un pop noioso (soprattutto se paragonato alla storica Stan con l’ammaliante voce di Dido) composto da ritornelli ruffiani: “You’re trying to save me/ stop holdin’ your breath / and you think I’m crazy“.

A metà album troviamo gli episodi migliori: il singolo Berzerk, con il suo savoir-faire Beastie Boys (che difatti vede il campionamento di The New Style e Fight For Your Right) riconsegna un’artista in piena forma, sensazione confermata dalla successiva Rap God, dove i testi taglienti trattano il massacro della Columbine High School (riprendendo I’m Back del primo volume), della faida tra Fabolous e Ray J e dello scandalo Lewinsky. Trattasi di un’autentica prova di forza dell’artista, che arriva a definirsi “an immortal god“, rappando a velocità sostenuta (quasi 100 parole in 15 secondi), accompagnato da pianoforte e pulsazioni electro, a dimostrare che nonostante i momenti bui, il leone non è ancora sconfitto. Love Game, con la partecipazione di Kendrick Lamar, è un ritorno ai tempi d’oro, quelli della totale irriverenza e dell’assoluto rifiuto a prendersi sul serio, con l’esotico e storico ritornello di Game Of Love di Wayne Fontana & The Mindbenders; la camaleontica So Far… muovendosi con disinvoltura tra reggae, country rock e folk (e regalando anche due rapidi sample della già citata I’m Back e Without Me) brilla per originalità, diventando un piacevolissimo episodio a parte di una discografia parca di pezzi così trasversali. C’è spazio anche per il curioso featuring con Nate Ruess dei FUN. che produce una Headlights musicalmente spompata, ma che rappresenta il lato più sensibile del rapper di Detroit. Nel testo Eminem si scusa con la madre per le tante ingiurie scatenate contro di lei, soprattutto per la famosa Cleanin’ Out My Closet: “But I’m sorry mama for Cleaning Out My Closet at the time I was angry“, “Don’t regardless I don’t hate you, you’re still beautiful to me, cause you’re my mom“. Al contrario, in “So Much Better” viene presa di mira una ex moglie a cui si augura la morte, morte grazie alla quale Marshall giura che vivrà molto meglio: “I hope you hear this song and go into a cardiac arrest / have a heart attack and just drop dead / and I’mma throw a fucking party after this, cause yes…“. La chiusura di Evil Twin, con l’invettiva contro Backstreet Boys, Justin Bieber, Lady Gaga e le solite Britney Spears e Jessica Simpson riaccende gli animi dei fan, rispolverando quella cattiveria e arroganza che ha fatto di Slim Shady uno degli artisti più amati e odiati della sua generazione, tra insulti ai protagonisti del jet set e bambole gonfiabili lanciate in aria (ricordate The Real Slim Shady?).

The Marshall Mathers LP 2 è un disco costruito su fondamenta solide e sembra rappresentare la chiusura definitiva di un ciclo incerto e pieno di buche. Il confronto con il primo volume, lontano anni luce sia temporalmente che artisticamente, diventa difficile da accettare: ormai Eminem ha affrontato una radicale metamorfosi, conscio del fatto che i tempi in cui correva nudo per le strade sono solo un vecchio (e buon) ricordo, sostituiti da una maturità giustamente guadagnata con il tempo, ma che fa storcere il naso a molti. D’altra parte, rispetto ai lavori precedenti, il Nostro sembra essere tornato in forma come ai tempi di Encore (2004), seppur prendendo una strada più sicura e con meno rischi e mantenendo l’acceleratore al minimo. Consapevole del fatto che tornare a calcare le orme del passato sarebbe retrogrado e poco produttivo. 

14 Novembre 2013
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