• Mag
    06
    2014

Album

Warp Records

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Karl Hyde ci perdonerà se in questa collaborazione tendiamo a vederlo più o meno come una spalla di lusso per innescare l’attitudine più segnatamente pop di Brian Eno. I due si sono incontrati tre anni fa azzeccando a quanto pare un’intesa perfetta, e se da un lato la cifra techno mainstream degli Underworld – band di cui Hyde è socio fondatore – poteva farlo presagire, dall’altro mancavano forse a quest’ultimo i presupposti di complessità ed espansione mentale a garantire sufficiente compatibilità. Voglio dire, con tutto il rispetto, Hyde non è certo Byrne. Il problema però non si pone, perché in questo Someday World l’approccio di Eno si trasforma definitivamente in enismo, una specie di marchio sonico assieme strutturato e ammaliante, un “protocollo” che sfocia in una trama auditiva stimolante, composita, incantevole. Ma in ciò oramai piuttosto prevedibile.

Il risultato è una parata di chimere trepide e pulsanti frutto di calcolatissime intuizioni ritmiche e timbriche, pigolii esotici e spigoli funky, vampe di ottoni (si segnala la presenza di Andy Mackay tra gli ospiti), levitazioni atmosferiche e sfrigolii cosmici. E’ più una questione di strutture che altro, finisci per ammirare l’ingegneria degli arrangiamenti più che il carico emotivo, eppure il gioco funziona perché in Eno spesso i due aspetti si sovrappongono, finendo per coincidere: si tratti della tensione obliqua diversamente blues (da qualche parte tra Radiohead e Depeche Mode) di Mothers Of A Dog o del magic bus iperbarico di The Satellites (i Roxy Music liofilizzati New Order). Se con Strip It Down e To Us All torna alla mente il pop accorato e radiante del progetto Passengers – ai limiti dello stucchevole ma comunque ben innestato nello spirito dei tempi – e Man Wakes Up col suo funk etnico e androide si aggiudica la palma di episodio che più si avvicina ai fasti della modalità Eno/Byrne, d’altronde la ricerca della gradevolezza rischia di scivolare in un territorio grossolano, vedi il comodo approdo gospel di Who Rings the Bell (una versione fumettistica del Peter Gabriel più ecumenico) e quella Daddy’s Car che incalza marpiona tra vampe e languori tropicali lambendo pericolosamente gli Wham! di Club Tropicana.

Disco appagante quindi, non privo di situazioni interessanti, ma visti i nomi in ballo siamo dalle parti del minimo sindacale (patinato).  

5 Maggio 2014
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