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«Non sono un fan dei Radiohead, sono uno dei Radiohead». Con queste parole Ed O’Brien spiegava che i vent’anni di Kid A andrebbero certamente festeggiati, ma non più di tanto. Perché è preferibile guardare al futuro, o almeno al presente, e non al passato. Solo con questa filosofia puoi lasciarti alle spalle il peso che provi a spartirti con i tuoi quattro compagni di viaggio e dar sfogo alla tua personalità, tentando di smarcarti da una delle sette più oltranziste che lo star system musicale abbia mai conosciuto.

A eccezione del buon Colin – uno di quelli che lavorano nelle retrovie, ma perno centrale grazie al suo basso – tutti i Radiohead a oggi sono riusciti nel tempo a esprimere il proprio estro, uscendo dalle comfort zone che Idioteque Karma Police offrono. Abbiamo così scoperto che la band non è Thom Yorke, anzi… Come percepibile dai live, si tratta di cinque persone che incidono in parti uguali o quasi nell’evoluzione della creatura. Vale quindi per il Greenwood compositore e amico di Penderecki, così come per il Selway delicato che sussurra alla chitarra i suoi sentimenti familiari e per il più in vista Yorke, irreprensibile collaborazionista con la nuova scena elettronica britannica, solista in versione continuativa della casa madre e in gruppo sotto l’effetto di Kuti, e poi addirittura autore di colonne sonore.

Nelle prime interviste dei Radiohead i ragazzi si divertivano a dire che O’Brien era stato preso a bordo perché il più bello e per la sua somiglianza con Morrissey. Si narra, poi, che sia stato il grande sconfitto nella battaglia che portò al trauma Kid A, in quanto strenuo difensore del rock e delle tre chitarre. Aggiungerei che non puoi dirti davvero un fan dei Radiohead se non conosci Towering Above The Rest, una mega raccolta semi-illegale che testimonia anni di bside e chicche da Pablo Honey a Hail To The Thief. Lì dentro ci sono un paio di verità assolute, come abbozzi techno proprio ad opera del buon Ed. Sì, quello che se la gode palesemente sul palco, lontano dall’intensità di Johnny e dai sorrisini di Thom.

Ecco perché un pezzo come Brasil non sorprende, ma conferma la sensibilità artistica del chitarrista. Il suo trasformismo è delizioso: prima una veste acustica arcadica, poi un’elettronica claustrofobica e sospesa che esplode in policromatici sussulti alla Four Tet. Bravo Ed, perché Earth è un bell’album da gustare così come viene: con il gusto rétro di Deep Days o quello garage di Shangri La. E, ancora, con il dream acustico di Long Time Coming e persino nel citazionismo di Banksters, che per tempi dispari e riff sembra una Paranoid Android risuonata nelle sessioni di In Rainbows. Uno dei pezzi più riusciti è probabilmente l’ipnotica Olympik, che anticipa la conclusiva Cloak of the Night, arricchita dalla presenza di Laura Marling.

Impossibile, come accaduto coi suoi colleghi, non ascoltare i brani con un orecchio teso alla discografia della sua band, ma Earth è un disco di pregevole fattura, cantato bene e avvincente nei particolari. La produzione di Flood ha sicuramente influito sul risultato finale, reso convincente anche da versi immediati, seppur in equilibrio tra la semplicità di un «I love you» e il potere evocativo di immagini suggestive come «on this pale blue dot».

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