Recensioni

Lo ammetto, ho un debole per gli Esben And The Witch, per me una delle migliori band inglesi degli ultimi anni. Inglese – per la precisione di Brighton, ma operativa da un pezzo a questa parte in quel di Berlino – sebbene il sound si possa senz’altro considerare più statunitense che altro, in ottica rock. Innanzitutto, c’è un nome che colpisce subito: si rifà a una fiaba danese. Poi, c’è un immaginario dark e struggente, da Sturm und Drang, che pervade artwork (anche stavolta, va da sé, meraviglioso), videoclip, pagine Tumblr e via discorrendo. In aggiunta, un corpus di testi dal fascino ancestrale che gode abitualmente di riferimenti “alti”, nutrendosi di letteratura, poesia, pittura e architettura, di T.S. Eliot, Sylvia Plath, Vladimir Nabokov, Philip Pullman, Salvador Dalì, Edward Young, John Martin, Caspar David Friedrich e chissà quanti altri. La musica di Rachel Davies (voce sognante e basso), Thomas Fisher (chitarra) e Daniel Copeman (batteria ed elettronica) si insinua invece poco a poco, profonda e ricercata persino quando direttamente aggressiva o al contrario più melodica, rifinita ad arte non tanto o non soltanto nei ritornelli – non di rado difficili da identificare in strutture di versi abbastanza mossi, irregolari – quanto in ogni singolo passaggio strumentale.
Quello che avvince del trio è d’altronde l’inquietudine di fondo, l’incapacità di ripetersi, pur mantenendo una personale “visione” d’insieme. Un ne(r)oromanticismo elettrico, ecco. All’algido esordio in lungo Violet Cries del 2010, su intriganti sentieri drone pop, aveva fatto seguito nel 2013 Wash The Sins Not Only The Face, con ogni probabilità l’articolo più immediato in discografia (e non a caso stampato da un’etichetta in vista come Matador), un labirinto stregato dall’alba al tramonto di ritmiche new wave, rarefazioni shoegaze e morbidezze dream pop, non troppo distante dai primi Interpol, da Warpaint o da These New Puritans. Se dovessimo scegliere un unico titolo rappresentativo sarebbe però A New Nature del 2014, una piccola pietra miliare sottovalutata dai più, pubblicata in totale indipendenza e registrata in presa diretta da Steve Albini: una sterzata, insomma, sia nel modus operandi sia nello stile, situabile a metà strada tra la PJ Harvey di Rid Of Me e formazioni come Swans e Neurosis, tra minimalismo, deflagrazioni abrasive e staffilate filo-heavy, crescendo di grande pathos e dilatazioni post-rock.
Dopodiché, c’è stato l’accordo con Season Of Mist per Older Terrors, risalente al 2016, che estremizzava l’”ampia” direzione di alcune precedenti canzoni, articolandosi in appena quattro tracce di oltre dieci minuti ciascuna, traendo dunque una lezione da modelli di espansione come i Godspeed You! Black Emperor, miscelando violenza post-metal e atmosfere oniriche. Un accordo che si rinnova adesso per questo quinto lavoro in studio, a segnare in parallelo il traguardo del decennale di attività. La produzione è affidata a Felix-Florian Tödtloff – forse, a voler essere pignoli, la contrapposizione tra musica e canto non rende piena giustizia alle stratificazioni delle preziose dinamiche – e la direzione è più o meno la stessa del recente passato, con l’aggiunta di qualche coro in più per evidenziare l’esclamazione di chorus sovente imperativi, intonati con uno spirito cavalleresco, al di là di ogni datazione temporale. Forma-canzone e sperimentazione, nel mentre, si fanno più equilibrate (tradotto, significa che i giri di orologio non sono mai meno di cinque ma non arrivano mai a superare gli otto).
Ciò detto, i sei brani in scaletta si orientano verso un gotch-rock che sa essere cinematico, primordiale, mesmerico. Un goth-rock in continua evoluzione, un essere vivente fatto di corde e pelli che respira attraverso l’enfasi melodrammatica, con sviluppo via via veemente dell’iniziale A Desire For Light (in una tensione verso la “luce” che ribadisce il legame con le forze della natura più incontaminata, la medesima luce virata all’oro che ritroviamo nell’immagine di copertina), i “su e giù” da cardiopalma della stregonesca-femminista Dull Gret, la quiete messianica di Golden Purifier e Seclusion, la marzialità battagliera di The Unspoiled e l’emblematica chiusura affidata alla cavalcata Darkness (I Too Am Here) che, a dispetto del suo titolo, invoca i ricorrenti raggi del sole come metafora del calore emotivo. Perché, sì, Rachel e compagni ci sono, sono “qui”, sono sempre intrinsecamente “scuri” e sono sempre molto bravi. Nowhere non sarà l’apice del catalogo marchiato Esben And The Witch, che siamo sicuri si arricchirà presto di altro materiale in virtù di un’ormai conclamata urgenza espressiva, ma contribuisce a renderne solido l’incantesimo. In attesa dei prossimi concerti italiani (a dicembre, il 3 a Milano e il 4 a Bologna), il loro posto nel nostro cuore se lo sono già conquistato.
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