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7.4

Per il duo di Montreal composto da Marie Davidson e Pierre Guerineau, seppur (ancora) sconosciuto dalle nostre parti, Demain est une autre nuit è il secondo album – ed entrambi si erano già fatti valere in proprio, lei con due dischi a suo nome, lui come produttore per Dirty Beaches e altri. Il primo, di album, si chiamava Nuit de noce ed era uscito su Teenage Menopause Records nel 2013. Sarà perché il predecessore aveva circolato poco, sarà perché stavolta c’è curiosamente DFA a garantire, questo nuovo lavoro sorprende, anzi intriga e conturba. Iniziando da una title track che funge da breve intro, scura e fumosa: soundscape lynchiani alla Angelo Badalamenti e semi-parlato in lingua francese che richiamano le sperimentazioni di un altro duo, i franco-canadesi Hey Mother Death (a proposito, recuperate il loro Highway dello scorso anno, ché ne vale la pena). Gli Essaie Pas, però, prediligono una new wave elettronica forse più decodificabile a livello di riferimenti, come si evince dall’ascolto delle altre sette tracce. Dépassée par percorre ben due minuti di scenari in stile John Carpenter prima di lasciare un po’ di spazio all’ingresso della voce femminile, con battiti che ipotizzano una via dark alla Italo disco. Per la marziale Retox l’interpretazione è invece divisa esattamente a metà fra i due musicisti: immaginate il french touch che tocca il post-punk, Sébastien Tellier alle prese con le composizioni degli ultimi Soft Moon. Carcajou 3 è synthpop dalle suggestioni shoegaze, tra storico retaggio 4AD e Chromatics.

Persi studio di registrazione e appartamento in terra transalpina (a causa, rispettivamente, della gentrificazione e di attriti con il padrone di casa), di ritorno dal precedente tour europeo Marie e Pierre hanno fatto dietrofront nella loro città natale fronteggiando le rigide temperature invernali negli uffici di Le Filles Electriques: lo scenario industriale attorno a loro ha, a loro stessa detta, influenzato il songwriting. Lo si può sentire in episodi come Le port due masque est de rigueur, dove Serge Gainsbourg e Jane Birkin sembrano ostaggi di una versione futuristica degli Einstürzende Neubauten. Poi, con Facing The Music si va attorno alla techno, con lo sguardo rivolto al Berghain: si balla, ma con un costante senso di pericolo, amplificato da testi che esplorano “fantasie, ossessioni e la sensazione del Vuoto”. Ligthts Out – pura ipnosi, groove malato e sinuoso – fende l’aria con sciabolate di synth analogici e mantra canoro (le due parole del titolo ripetute senza requie, e stop). La cinematografica, decadente La Chute termina il discorso citando Camus con un organo austero e cori che non si capisce se evocativi o fantasmatici.

Forse non nuovo, ma personale. Forse non perfetto, ma capace di ipotizzare uno scenario anziché abitare comodamente setting altrui. Farsi rapire è un attimo, tanto “domani é un’altra notte” e la cupezza non é mai suonata così appropriata.

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