Recensioni

7.4

Gli Everything Everything avevano le idee chiare sin dall’inizio, cioè da quando decisero, al liceo, di fare musica insieme. L’idea iniziale era quella di unire il pop e l’R&B contemporanei a un approccio futurista, da qui la scelta di quel nome bizzarro ma funzionale: un’appropriazione indebita del concetto everything is media and media is everything, nata col tentativo di spostare la questione su un piano idealistico. Una via di fuga art-pop esposta a varie influenze (glitch pop, rock, psichedelia ed electronica) che riflette sull’essere umano e su cosa significhi vivere all’ombra del web 2.0.

Un primo sunto del ragionamento portato avanti da questi ambiziosi ragazzi britannici è stato Distant Past, non a caso il singolo che ha trainato il terzo album Get To Heaven, ovvero un brano radiofonico che nasconde le insidie sperimentali dei precedenti Man Alive Arc sotto un impatto dance-rock e il falsetto primitivo di Jonathan Higgs. La quarta fatica degli Everything Everything si chiama A Fever Dream e unisce, appunto, atmosfere oniriche a sferzate rock incastrate in ritmiche sincopate e bassi martellanti. Can’t Do (merito anche di un video interessante e perturbante) traccia le direttive di questa musica inquieta che non ha paura di essere pop e si prende il lusso di scegliere spesso le strade meno commerciali (si prenda il puzzle jazz di Put Me Together).

La verità è che il quartetto di Manchester ha raggiunto la sua espressione più completa (la ballata che dà il nome all’album è sublime e in netto contrasto coi muscoli di Night Of The Long Knives), e ce l’ha fatta coniugando il passato futurista dell’atteggiamento Factory con il gusto rétro e malinconico del nostro tempo verso gli 80’s . Un po’ come unire il minimalismo indie del nuovo millennio con i tropicalismi dell’ultimo decennio (Ivory Tower) o incastrare un cantato psicotico in ambientazioni Wild Beasts. D’altronde, gli Everything Everything c’erano arrivati prima ancora di Django DjangoAlt-j e dei primissimi Glass Animals: velluto e nevrosi, plasticità e profondità. Rimanere in equilibrio su questo piano inclinato non è facile ma, una volta trovata la propria prospettiva, si unisce l’utile al dilettevole.

A Fever Dream è probabilmente il miglior album degli Everything Everything, complesso e labirintico perché sono geni cari al DNA della band ma, allo stesso tempo, fluido e multi-sfaccettato. Verrebbe da pensare al termine “mascherato”, come i ballerini nel video di Can’t Do: essere intrappolati in una sorta di selva oscura, condannati a ritrovare la propria identità soltanto dopo aver vissuto più vite.

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