Recensioni

7.5

Due anni fa, più o meno esatti, Fabio Cinti pubblicò il frutto di una scelta che poteva rivelarsi molto scaltra oppure suicida: invece, La voce del padrone – Un adattamento gentile non fu né l’una né l’altra. Era un lavoro che non cercava di compiacere un tipo di pubblico in particolare o incanalarsi in chissà quale solco in direzione airplay, al contrario si proponeva di risolvere una tensione, quella tra un musicista e un’opera tanto cruciale quanto popolare e perciò – inevitabilmente –  travisata. Riadattando le canzoni de La voce del padrone di Battiato come se fossero delle partiture, Cinti seppe strapparle all’invadenza banalizzante dell’immaginario per restituirle alla loro luminosa, accattivante complessità. Perché il pop, tra le altre cose e nei casi migliori, è un groviglio semplificato, un’ebbrezza contagiosa quindi piena d’insidie.

Un’angolazione simile è presente in questo Al blu mi muovo, nel quale il cantautore laziale torna a firmare musica e testi, ma lo fa confrontandosi con una forma compositiva ben definita, sostanzialmente melodica, da chansonnier che non disdegna lo struggimento della romanza, a cui però vengono applicati arrangiamenti che spostano le coordinate tirando in ballo elementi di retrofuturismo che, proprio come il Battiato pop farcito di botole sperimentali, rendono l’ascolto straniante, attraversato da una costante sensazione di altrove. L’effetto complessivo è in linea con quanto Cinti stesso ha dichiarato nelle note di presentazione del lavoro: queste canzoni sono il frutto di una ripartenza dopo una fase di sfiducia profonda nell’atto stesso di scrivere, di esprimere, e intendono prendere le mosse dall’esplorazione di sé come gesto combattivo per debellare la pandemia degli “slogan di se stessi”. 

Le otto canzoni compongono quindi una specie di manifesto di resistenza individuale, perciò – a dispetto della versatilità dimostrata nei lavori del passato, vedi su tutte Forze elastiche del 2016 – suonano nell’insieme tanto coese, organizzate attorno a una forma ben definita. Coese, appunto, ma non monotone: i piani acustici, elettrici e sintetici si stratificano con accuratezza ipnotica e calda, determinando profondità di campo e contrasti abbacinanti. Tanto per tornare a Battiato – che resta il riferimento cardine – indicherei quello della seconda metà degli Ottanta, tra Mondi Lontanissimi e Fisiognomica, con una puntata in quello dei tre Fleurs, vuoi per l’amalgama sonoro ma anche per l’attitudine a fare i conti con la memoria. “Sono un devoto fan della grazia e della memoria”, sostiene non a caso Cinti, calando sul piatto due termini/chiavi di volta del disco. Che pur facendo perno su una dimensione intima, o se preferite implosa (il fatidico centro di gravità permanente?), non manca di suggerire link a un immaginario eterogeneo, le cui sfaccettature si rivelano ascolto dopo ascolto.

A partire dall’iniziale Tra gli alberi combatto, che su una chitarra dal gusto folk soul – sospesa cioè tra la dimensione agreste e quella urbana, non lontana dal Battisti altezza Io tu noi tutti – spalma un trasporto tenace e obliquo che ricorda il Flavio Giurato più lirico, il tutto condito da miraggi sintetici 70s passati al setaccio dei Radiohead. L’effetto è straniante, come tuffarsi all’indietro per consegnarsi alla trama di un futuro nuovamente possibile, grazie a una strategia di isolamento che conduce a una connessione purificata col mondo. Se poi teniamo conto del testo – un passaggio su tutti: “solo chi è legato a se stesso/chi si nutre della propria personalità/resta nel fondo come un relitto/nella solitudine di ogni cosa che non cambierà” – la scelta di aprire con questo pezzo appare chiara, per non dire inevitabile.

Tracciate queste coordinate, gli altri sette episodi se ne allontanano con la padronanza di chi conta su un appiglio stabile, con elasticità stratificata: vedi Che cosa succede? con la propulsione trattenuta del basso (viene in mente Secondo imbrunire di – sempre lui – Battiato) e l’apertura melodica desueta alla Mario Castelnuovo (“Ho alzato gli occhi alle stelle/per abbagliarmi e non vedere più/che cosa succede quaggiù”), il pianoforte nel brodo di vibrazioni elettrosintetiche di Da lontano, la foschia amniotica Sigur Rós tra rifrazioni sintetiche quasi Moroder di Giorni tutti uguali, la delicatezza languida e afflitta – neanche troppo vagamente Lambchop – di Amore occasionale, oppure il passo assertivo ad affettare una specie di letargia cosmica Radar Bros. di Vieni con me (“Allora ti consiglio un paio di branchie/ti danno il tempo per allontanarti/nei mari più lontani dalle terre”).

Forse gli estremi stilistici del lavoro vanno individuati nella ballata al sapore di favola folk-prog di La sventurata rispose (qualcosa della delicatezza agreste di Rino Gaetano in Sfiorivano le viole e del Ron altezza Il gigante e la bambina) e nella conclusiva Il grande balzo in avanti, strutturata su un riff di tastiera dalla luminosità algida Terry Riley e su un decollo popadelico carburato di solennità Brian Eno: ne risulta un falso movimento inebriante, un viaggiare da fermi che mentre allude alla virtualità coatta delle nostre esistenze indica anche la chiave per stracciare l’allucinazione e rientrare in possesso di sé. una chiave che forse semplicemente coincide con l’importanza di seguire i sentimenti (o i maestri?) giusti: “In tutti questi anni sei rimasto tu/a indicarmi una strada diversa/tra me e le mie illusioni”.

Per fragranza e solidità, questo Al blu mi muovo si presenta come un instant classic. Tuttavia preferisco pensarlo come una frattura, gentile ma risoluta. La svolta che saprà o non saprà imprimere non toglierà nulla alla bellezza del tentativo.

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