Recensioni

7.3

Anche se lui la fa facile e racconta nella press release di aver perso in via temporanea la disponibilità dello studio costringendosi a registrare il disco in camera da letto con indosso le cuffie, e riscoprendo così il gusto di comporre proprio come quando da ragazzo produceva i suoi primi lavori, non deve esser stato semplice ritrovare l’ispirazione a quasi 25 anni dall’esordio discografico (Instrument, 1995) e a 18 dal suo album manifesto, Endless Summer.

Dall’ultima prova – Bécs – ad oggi è trascorso un lustro pieno, periodo nel quale il chitarrista si è dedicato anima e corpo a una fitta serie di collaborazioni, magari proprio aspettando che il momento giusto per comporre nuova musica arrivasse naturalmente. Fennesz non ha mai prodotto nulla a comando, né cercato per i suoi dischi collaborazioni che seguissero mode o trend. La sua one-man-orchestra fatta di stratificazioni chitarristiche processate, con un paio di eccezioni a confermare la regola, è un fatto suo personale, e quella delle collaborazioni deve aver rappresentato la migliore delle strategie per muovere energie e creatività e, non ultimo, andare in tour e guadagnarsi da vivere. Col cappello del featurer il chitarrista ha collaborato all’album There’s a light that enters houses with no other house in sight di una vecchia conoscenza come David Sylvian, mentre come co-autore è comparso negli LP AirEffect e Liquid Times del duo italiano OZmotic e, sempre all’interno di quel biennio, in Edition 1 dei King Midas Sound di Kevin Martin e in It’s Hard For Me To Say I’m Sorry (Editions Mego, giugno 2016) di Jim O’Rourke. Bécs del resto, e lo scrivevamo in sede di recensione, rappresentava la sintesi perfetta nella carriera di un artista che ha sempre cercato un suo spazio personale tra gli interstizi, verso un punto d’incontro tra i presunti opposti di melodia e rumore, che scritta così – immaginatevela dal suo punto di vista – porta una gran sfiga, suona come una bella lastra di marmo sulla carriera.

Agora, che nell’antica Grecia era la piazza principale della città, rende bene già dal titolo il senso delle quattro tracce che lo compongono, lunghe elegie scritte in cameretta immaginando immensi lastricati in cui spazio e tempo, terra, cielo ed edifici si fondono e confondono. Ironia del destino, i marmi qui sono quasi tangibili, intagliati in eleganti orchestrazioni droniche (In My Room), nei chiaroscuri gotici (We Trigger The Sun) lungo le venature della pietra picchiettata dalla pioggia (Rainfall). Sono alcune delle suggestioni di una prova – ancora una volta – ispirata, anche contemporanea nella suo divenire per solenni fragilità, la descrizione di un ecosistema che ha raggiunto un fatidico punto di non ritorno (la traccia che dà nome al disco).

Da un album come Agora si comprendono le ragioni per le quali compositori come Tim Hecker gli devono moltissimo. E viceversa, come Fennesz abbia pensato questa volta a un disco più astratto, cartografico, cattedratico. Un disco di maestosa e celeste fragilità in cui la melodia è appena tratteggiata, non offuscata con lo scopo di farsi trovare. È un inno alla bellezza, come qualcosa che è già stato e mai più si ripeterà.

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