Recensioni

Promemoria: diffidare dalle press release. Nel presentare il nuovo album di Christian Fennesz, atteso dal 2008 (ma solo se non si considerano le relativamente frequenti uscite di live, EP, soundtrack per film e coreografie, e i tanti progetti collaborativi paralleli che si sono succeduti in questi ultimi anni), le Editions Mego puntano su una supposta esclusiva continuità con il prodotto di punta del raffinato catalogo della label, quell’Endless Summer che aveva portato alla ribalta internazionale il musicista austriaco. Ridurre Bécs a “follow up concettuale” del capolavoro del 2001 significherebbe ignorare tutto il lavoro di ricerca e sviluppo che Fennesz, tra i principali protagonisti di quell’electroshifting che ha segnato il passaggio dal XX al XXI secolo, ha continuato a portare avanti.
Sarebbe quanto meno limitata una valutazione che non prendesse in considerazione i lavori usciti nel frattempo per Touch, da Venice (2004) a Black Sea (l’ultimo vero e proprio album, 2008) fino ai più recenti Seven Stars (2011) e AUN (2012). Anche parlare di un “ritorno a meccanismi pop” risulta fuorviante, senza dare il giusto peso alle esperienze di maggior visibilità, e in un certo senso più accessibili, frutto delle collaborazioni di Fennesz con nomi come David Sylvian, Ryuichi Sakamoto o Mike Patton, mentre, nel frattempo, proseguivano le sue sperimentazioni più audaci, ad esempio con il collettivo Fenn O’Berg. Il suo ambito di azione è sempre stato ampio e difficilmente inquadrabile in una sola dimensione, al punto tale che anche le puntate più inattese (come nel caso della cover del 2008 di Hunting High And Low degli A-ha, o il recentissimo incontro con il pop singer alternativo Autre Ne Veut, protegé di Daniel “Oneohtrix Point Never” Lopatin) non risultano mai fuori luogo.
Bécs rappresenta la sintesi perfetta della carriera di un artista che ha sempre cercato un suo spazio personale tra gli interstizi, verso un punto d’incontro tra i presunti opposti di melodia e rumore: nell’album si ritrova la commistione tra organico e sintetico, tra la purezza del suono e la distorsione, tra la chitarra e il laptop, ma soprattutto la passione reverenziale di Fennesz per due tra i Brian più importanti della musica dell’ultimo secolo: Wilson e Eno. E anche di questo suo sincretismo Endless Summer non rappresenta né la prima né l’unica testimonianza: se ne trovano segnali già in Hotel Paral.lel, il primo album del 1997 in piena rivoluzione glitch (in particolare la traccia Aus), o ancora più nella programmatica cover di Don’t Talk (Put Your Hand On My Shoulder) del 1998. Tutta la più recente produzione esclusiva a nome Fennesz procede verso questi ambiti di ricerca: melodia più noise, dove entrambi gli elementi acquistano forza e senso dal confronto reciproco e dalla compenetrazione. Il glitch non ha mai rappresentato un puro vezzo né una posizione oltranzista e critica (quell’”estetica dell’errore” post-digitale teorizzata nel 2000 da Kim Cascone e ormai disinnescata: ora non occorre più mandare in crash i campionatori, basta un plug-in VST per “sporcare” digitalmente i suoni): “non uso il rumore per scioccare, o perché è divertente, o strano. Lo uso perché lo trovo bello” (da un’intervista del 2002 a Pitchfork).
Occhio alle press release, pur quando contengono informazioni e chiavi di lettura ulteriori. Si scrive Bécs, ma ci viene suggerito che si pronuncia “Baeetch” e che vuol dire Vienna in ungherese: un richiamo criptico alle origini magiare di Fennesz e alla sua città. Dedurre che si tratti di un album che contiene memorie e riflessioni private e personali rischierebbe peraltro di banalizzare ulteriormente il risultato finale: sette tracce evocative ed astratte, ognuna in grado di esprimere un lato del multisfaccettato mondo dell’artista. L’album si apre con inauditi tuoni elettroacustici (drums più elettronica), dai quali prende il via un sylvaniano giro armonico di chitarra, attorniato da un invalicabile wall of sound di risonanze e distorsioni: alla decentrata forma-canzone di Static Kings danno man forte la batteria free di Martin Brandlmayr e il basso di Werner Dafeldecker (cioè la metà dei Polwechsel, con i quali Fennesz aveva già costituito un interessante trio per il premonitore Till The Old World’s Blown Up And A New One Is Created, uscito nel 2008). Il pezzo, pensato originariamente per ospitare la voce di Mark Linkous (il titolo è un omaggio agli Static Kings Studios del compianto leader degli Sparklehose, con cui Fennesz aveva in più riprese collaborato, vedi in particolare l’ultima release In The Fishtank) si conclude con uno straniante arpeggio kraut, che l’echo box rende circolare e senza via d’uscita. Seguono le atmosfere dark di The Liar: tiratissima e stravolta marcia funebre per chitarra elettrica supereffettata e layer di synth disturbati, scandita da rintocchi noise. Il collegamento di Liminality con Seven Stars non è solo nominale: nei 10 minuti della composizione si riprende e si sviluppa parte della melodia di Liminal, con cui si apriva l’EP del 2011 (e spesso ripresa nei live degli ultimi anni). Qui la chitarra di Fennesz diventa epica richiamando landscapes alla Neil Young, impreziosita dal contributo alla batteria dall’amico Tony Buck, maestro di improvvisazione: i due, insieme a David Daniell, avevano già dato prova di potenza espressiva nel live registrato nel 2009 a Knoxville (e indirettamente torna il ricordo di Linkous, che proprio nella città del Tennessee si suiciderà l’anno successivo). Una coltre di effetti analogici amalgama, irrudividisce e aggiunge pathos.
I più recenti droni ambient sono quindi ormai accantonati? Tutt’altro: lunghissimo fade out, silenzio, e passiamo dalla terra all’oltremondo. In Pallas Athene il frangersi di lunghe ondate di synth è figlio di Apollo, di enoiana memoria, ma con una consapevolezza nuova: l’incrocio delle risonanze crea dissonanze, che lentamente emergono dalle profondità e prendono il sopravvento. Con il brano che dà il nome all’album Fennesz gioca ancora più a carte scoperte. L’intenzione è evidente: indagare gli effetti psicoacustici provocati dal trattamento estremo del suono proveniente da fonti organiche. Il rumore copre e al tempo stesso esalta la melodia ciclica à la Harold Budd, invitando l’ascoltatore a tuffarsi dentro i suoni per andare a ripescare le perle. Chi scrive ha immediatamente trovato nel fa diesis effettato dell’attacco di Bécs un diretto riferimento al fa iniziale di Aitsi, programmatico pezzo per piano amplificato dell’ultimo Giacinto Scelsi (1974), alla ricerca del superamento dei limiti tonali dello strumento. In Fennesz c’è forse meno rigore metafisico, ma la stessa passione del compositore italiano nell’inseguire e snidare la bellezza in luoghi inesplorati. E la press release si ostina a parlare di “pop”… Sav, vertice atmosferico dell’album, lavora sul rapporto vicino-lontano degli elementi sonori. Metalli, scricchiolii e altri microsuoni compenetrano pattern cosmici ancora provenienti dalla lezione ambient di Eno, per uno sviluppo libero da forma e puramente emotivo. Il pezzo vede la partecipazione e l’influenza di Cédric Stevens, qui accreditato anche come coautore: attivo in ambito techno come Acid Kirk, il belga Stevens nel 2012 ha pubblicato una bellissima antologia di sue composizioni sperimentali del periodo 1997-2005 a nome The Syncopated Elevators Legacy (con remix vari, anche di Fennesz), assolutamente da recuperare (disponibile su Spotify e Deezer).
Nei 3’37” finali di Paroles troviamo il Fennesz più lirico di Laguna (Venice) o Grey Scale (Black Sea): la linea melodica tratteggiata alla chitarra acustica, lambita dai graffi e dalle scariche elettriche marchio di fabbrica, è pronta per essere armonizzata da Brian Wilson. E finalmente qui, ma solo qui, ha senso parlare di atmosfere da “estate senza fine” per un album multilivello ed eterogeneo (quindi meno compatto rispetto alle altre uscite di Fennesz, ma ciò non è necessariamente un difetto) che merita più di un ascolto.
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