Recensioni

7.8

La storia dei fratelli Brewis è forse una delle più belle mai emerse dall’Inghilterra del rock pre-Brexit degli anni zero: partiti nel lontano 2005 – lontano veramente visto che sono trascorsi ben quindici anni anche se io continui a pensare che ne siano passati solo cinque – con la pubblicazione dell’omonimo esordio, i fratelli nativi di Sunderland si affacciano sulla scena di quegli anni revanscisti no-wave come dei veri underdogs, e questa etichetta, di dosso, non se la toglieranno per molto tempo. Eppure di quella cucciolata di compagini lì – se volete approfondire passate qui ­–, loro erano quelli con più cose da dire, quelli con, se permettete, più cazzimma.

Perfetta sintesi tra il pop west coast dei Beach Boys e quello d’albione ma con gli occhi verso l’infinito dei Beatles e “sporcato” dalla schizofrenia no-wave, il verbo dei Field Music ha nel corso degli anni conquistato critica e pubblico, ritagliandosi uno spazio importante nel pantheon della musica britannica, gomito a gomito con quelli che a ragione possono considerarsi i loro padri legittimi: gli XTC. Tre lustri dopo quell’esordio a tratti fulminante che odorava tanto di Genesis quanto di ruggine no-wave, i Field Music battezzano i giovanissimi anni venti del duemila con il loro primo concept che può essere considerato, senza dubbio, il loro lavoro più complesso e coraggioso.

Ispirato dagli effetti e dagli eventi successivi allo scoppio della prima guerra mondiale, Making a New World non ci parla della Grande Guerra come abbiamo studiato sui sussidiari, no, lo fa raccontando le più disparate conquiste raggiunte negli anni successivi alla fine del conflitto, come i primi interventi chirurgici per il cambio del sesso, l’immissione sul mercato degli assorbenti, la costruzione della Becontree Housing Estate (un quartiere nella Contea di Londra tirato su per dare una casa degna agli eroi della guerra) ma anche fatti ben più lontani temporalmente come quelli di Piazza Tienanmen e sul controllo del traffico aereo. Un disco sulla memoria? Non proprio o almeno non proprio come ci si può aspettare dalle convenzioni. Nato da un progetto commissionato dall’Imperial War Museum dove nel gennaio del 2019 la band si è esibita con un live show, Making a New World è un incredibile raccolta di canzoni – ben diciannove – regolate da un flusso sonoro e temporale mellifluo e sognante.

Parlavamo dei temi trattatati nel disco in precedenza e i Brewis sanno bene come trasformarli in storie, spesso anche senza usare parole: come nei cinquantasei secondi di Sound Ranging (una tecnica utilizzata dall’esercito americano per triangolare gli spari provenienti dal fronte nemico e quindi localizzare perfettamente gli obiettivi) o nei scarsissimi trenta di Silence, intro à la Cage adattissima ad introdurre il primo vero e proprio brano del disco, quella Coffee or Wine che sembra uscita da un cassetto della camera da letto di Todd Rundgren, tra un paio di ciglia finte, una scatola di Ritalin e una giacca di paillette.

Da lì in poi, Making a New World ingrana la marcia e parte, mettendo in fila tracce memorabili come Best Kept Garden (sulle Beacontree citate quache riga su), Do You Read Me e Beyond That of Courtesy (un classicone con sulla carena il logo Field Music), ballad preziose come A Change of Heir, ma anche tracce toste e ritmate come A Shoot To The Arm che tanto sa di quegli Steely Dan da loro studiati e ascoltati allo sfinimento. Ma c’è spazio anche per il tributo agli XTC era Apple Venus (impossibile non pensare a loro) in Nikon Pt.1 e 2 e quello ai Talking Heads del singolo Only in A Man’s World, schizofrenica e vascolarizzata versione 2.0 di Once in A Lifetime. Una mina, insomma. Chiude idealmente il cerchio, il funkettone à la Prince di Money is A Memory, una traccia sulla giornata in ufficio di un impiegato tedesco della tesoreria di stato alle prese con la preparazione della documentazione per il pagamento dell’ultima rata dei debiti di guerra. Era il 2010 quando accadeva, ben novantuno anni dopo la fine del conflitto.

Making a New World oltre ad essere il primo concept dei Field Music è anche il primo album dal lontano 2007 che può contare sulla partecipazione di una vera e propria band: ad aiutare i due titolari del progetto, infatti, ci sono Kevin Dosdale alla chitarra, Andrew Lowther al basso, Liz Corney alle tastiere e l’album, ovviamente, ne ha giovato guadagnandone in solidità e croccantezza.

Un lavoro eclettico, denso e importante, proprio come la carriera di questi due fratelli che, album dopo album, con talento e visione sono riusciti a superare con slancio tutti i loro contemporanei. Miglior disco della carriera? Sì, senza ombra di dubbio.

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