• Set
    15
    2017

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Ninja Tune

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Archiviata la parentesi electro-blues segnata da Sunday Night Blues Club, Fink torna (dopo appena sei mesi) con una nuova prova discografica targata Ninja Tune. Solcato il Delta del Missisipi alla ricerca delle tracce che conducevano John Lee HookerT-Bone Walker e Chuck Berry, il musicista britannico torna con naturalezza al proprio porto sicuro a base di elettronica carezzevole mista ad effusioni in salsa folk.

Lo spunto questa volta giunge da distanze geografiche differenti e da un passato che si tramuta in messaggio di speranza per il futuro: «Resurgam riprende un’iscrizione latina incisa su una chiesa costruita 900 anni fa nella Cornovaglia, zona natìa della famiglia di Fin Greenall». Un disco che prova ad essere rivoluzionario – lo stesso Fink lo definisce tra le sue prove meglio riuscite – e prova a farlo all’interno di una produzione vasta e caratterizzata da un imprinting sonoro ormai divenuto facilmente riconoscibile. A guidarlo in questa piccola storia di “resurrezione”, il fido producer Flood «presente sin dal primo demo e guida insostituibile per la scrittura, il canto, fino alla creazione della musica in questo nuovo lavoro». A risentirne è l’impasto sonoro filamentoso di Resurgam, condito da (nuovi) elementi vintage quali vecchi synth, convincenti innesti di sax (This isn’t a Mistake) inanellati da Martin Slattery, e pattern ritmici circolari e ruotanti intorno a pulsanti frizioni chitarristiche (Godhead). Su tutto a svettare è, come al solito, il cantato di Fink, che mostra ormai d’esser diventato parte integrante di quegli ecosistemi plasmati su sperimentazioni in chiave Bon Iver, Sufjan Stevens e, perché no, Andrew Bird. Riesce a farlo senza sterili citazionismi ma con uno stile causticamente personale ed indispensabile per la sapidità dell’intero progetto.

Resurgam è l’ennesima buona prova firmata da Greenall, ma poco più. Torna a sopirsi quella voglia di percorrere sentieri inesplorati (vedi proprio Sunday Night Blues Club) a vantaggio di una scrittura che riesce ogni volta a trasfigurarsi in suggestione cinematografica: non ci stupiremmo infatti se – da qui a qualche anno – l’ipnotica Not Everything Was Better In The Past (tra le prove più riuscite del nuovo album) finisse nei crediti di qualche nuova pellicola. In sintesi, un buon disco con una produzione appena sopra le righe. Qui Fink osa poco, pur riuscendo a massimizzare ogni singolo strumento, vocalizzo, finanche l’ultimo arpeggio. Serve qualcosa in più però per farci rizzare le orecchie, e sappiamo che è lecito attendercelo da un artista del suo calibro.

15 Settembre 2017
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