• Nov
    06
    2015

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Luaka Bop

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Trattasi, per il disco in questione, di un esordio in LP a tutti gli effetti, ma non si può certo parlare di Floating Points come di un nome improvvisamente venuto dal nulla. Cresciuto e affermatosi negli anni (precisamente dal 2009) attraverso una miriade di EP, singoli e 12” vari come ogni buon producer elettronico che si rispetti, Sam Shepherd non è l’ultimo arrivato da nessun punto di vista: laureato in neuroscienze, producer elettronico con alle spalle una solida formazione jazz a base di studi al conservatorio, capo della Floating Points Ensemble (formazione jazz composta da 16 elementi) e amicone di quei Four Tet e Caribou da cui sta in un certo senso raccogliendo il testimone, il curriculum dello scienziato inglese è sicuramente da leggere con un certo rispetto.

Elaenia si colloca qui, al termine di un primo percorso da producer non necessariamente canonico ma grosso modo ortodosso e costituito dalle spezzettate uscite nominate in precedenza tra UK house di inizio anni ’10, contaminazioni abstract hip hop da Flying Lotus e pose un po’ jazzate a là St. Germain. Questo primo LP cambia invece completamente il tiro ed è un disco che suona immobile e cristallino, quasi fuori dal tempo, prendendo un approccio elettronico minimalista e vagamente sinfonico, assieme a certe distensive visioni ambientali catartiche e un poco asettiche (la title-track) – diciamo tra un Philip Glass e un Brian Eno arredatore sonoro di interni – e aggiornandole verso certa organic ambient techno (le cascate di synth in crescendo di Argente) tanto in voga di questi tempi – pensiamo ai The Black Dog, giusto per restare cronologicamente nei paraggi – arricchita da ariosità sintetiche “jarriane”. Il tutto sempre innervato da una sensibilità squisitamente jazz evidente tanto esplicitamente nel live drumming della tripartita suite Silhouettes, quanto ad un livello più implicito nei saliscendi free-form di Thin Air. Non manca infine qualche citazione e strizzata d’occhio agli amici di sempre, come in For Marmish, con quel beat in punta di piedi che fa un po’ Four Tet in un pomeriggio di pioggia.

Si potrebbe parlare della vaga freddezza di un lavoro così compiutamente “perfetto” (non necessariamente nell’accezione positiva del termine) ma un attento ascolto preferibilmente in cuffia lascia senza dubbio estasiati davanti a un disco che si pone – fluido, scorrevole, coerente e permeato da una classe costante e a sprazzi altissima – su un piano necessariamente diverso rispetto alla maggioranza della musica uscita quest’anno. Rimane comunque, d’altro canto, l’indiscutibile non-innovatività della proposta, tanto di questo primo lavoro a nome Floating Points quanto di un altro (ottimo) esordio come quello di Kamasi Washington: due – belli, a tratti bellissimi – dischi che possono essere inseriti in qualsiasi dissertazione sui vertici qualitativi di questo 2015 e accomunati dal sempre attuale dialogo tra jazz ed elettronica (più dal punto di vista dell’uscita sotto Brainfeeder che da quello strettamente musicale, nel caso del monumentale The Epic). Insomma di nuovo (quasi) niente, di (molto) bello sicuramente tanto. Ad avercene.

12 Novembre 2015
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