• Giu
    29
    2018

Album

Republic Records

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Prima della pubblicazione del precedente How Big How Blue How Beautiful (2015), Florence Welch, ormai vero e proprio timoniere del progetto, ci aveva promesso un album diverso, molto meno florence-y, dove con quell’aggettivo intendeva l’ingrediente principale che l’aveva portata a tre dischi di platino, uno stile fatto di affreschi melodrammatici, citazioni bibliche, cori e batterie tribali. A cose fatte però ci siamo resi conto che quell’impianto era soltanto celato dietro una maschera minimale, fatta di verità e passione. Gli ingranaggi erano di fatto quelli di sempre: orchestrazioni, mitologia greca e pomposità erano soltanto stati messi sotto il tappetto senza rappresentare un difetto per la riuscita dell’opera (anzi).

In High As Hope, che si propone a sua volta come meno florence-y, la storia sembra ripetersi e noi decidiamo di non crederle, malgrado, fin dall’ascolto del primo estratto Sky Full of Song, ci si accorga che qualcosa è davvero cambiato. Ci troviamo per la prima volta davanti a un’altra dimensione, una dimensione in cui la parola cantata è quasi costretta a comunicare la verità nuda, accompagnata da melodie essenziali presenti esclusivamente perché al servizio dei brani/poesie/verità. Non a caso, High As Hope arriva poco prima della pubblicazione di Useless Magic, il libro Penguin che contiene poesie e testi manoscritti dall’artista.

Per capire High As Hope non si può prescindere dall’analizzare il percorso della Welch lungo i quasi due lustri di carriera trascorsi dall’esordio indie-drunk-oriented di Lungs ad oggi. Dopo le pomposità barocche di Ceremonials (2011), Florence aveva l’opzione di cavalcare la popolarità di brani come Shake it Out oppure di cedere alle sirene di Calvin Harris oppure ancora optare per un de-tox personale e professionale, puntando ad una definitiva sobrietà e sincerità. Aver optato per quest’ultima strada ha consegnato ai suoi fan un’immagine e uno stile dei Florence And The Machine che apertamente preferiamo. A caro prezzo, certo, visto lo sviluppo emotivo dell’artista. How Big… era un album di vera sofferenza, focalizzato sul periodo di transizione e sullo sturm und drang del breakdown, un lavoro anche elegante, certo, che giocava sulle tonalità del bianco e del nero. Questo High As Hope raccoglie perfettamente i frutti lì seminati ed è un album dettato più dalla memoria che dall’urgenza.

Quando si parla di Florence And The Machine è difficile non pensare al concetto di rappresentazione, sia che lo si giochi accettando le presunte verità descritte, sia che lo si prenda come un mero esercizio di stile. La differenza sta nel fatto che quest’album guarda al passato, alla Florence ancora adolescente, al tempo in cui frequentava la scuola nella sua Londra Sud (South London Forever), quando era «young and drunk and stumbling in The Joiners Arms like foals unsteady on their feet / with the art students and boys in bands / high on E and holding hands with somebody I just met»; alla Florence in lotta con l’anoressia, la solitudine e vuotezza adolescenziali (Hunger), in cui ammette che «love was a kind of emptiness»; alla Florence apologetica nei confronti della sorella (Grace) a cui chiede perdono per «ruined your birthday / I guess I could go back to university / try and make my mother proud».

Laddove la musica di How Big… sembrava un grande omaggio ai Settanta e ai Fleetwood Mac, quest’album oppone l’inconscio di un’autrice che ha apparecchiato testi e melodie in modo essenziale, anche avvalendosi di alcuni ospiti quali Jamie XX (synth), Kamasi Washington (fiati), Sampha, Tobias Jesso Jr. e Kelsey Lu. A guardarle da vicino, le direzioni musicali del disco sono tre: una linea “tradizionale”, che ci ricorda la Florence che corre a piedi nudi per grandi palchi al suono di batterie calcanti, arpe pizzicate e voce aperta (South London Forever, Patricia, 100 Years). C’è poi una linea country-blues che semplifica i risultati dell’ultimo album (June, Hunger, Sky Full Of Song), e chiama in causa Procol Harum, Caravan, Gentle Giant, un po’ Kate Bush e Fiona Apple. E c’è infine una linea sperimentale – la più interessante del disco – improntata sul suo talento vocale ma anche su nuovi arrangiamenti: Big God, con Jamie XX, sembra chiamare in causa i These New Puritans, nel suo essere minimale e diretta, sorretta su accordi secchi di piano/basso, una voce che sperimenta molti registri e una coda con accenni di fiati; The End Of Love sembra presa dalla colonna sonora di Donnie Darko, si avvale delle sole note del piano (ricorda Like The Piano di Sampha) e di cori profondi; No Choir, infine, chiude il discorso ricapitolando gli aspetti programmatici («It’s hard to write about being happy because the older I get I find that happiness is an extremely uneventful subject») su una confessione sospirata di sola voce.

A conti fatti, High As Hope non soffre più di tanto del problema della rappresentazione. La Welch, del resto, è un tutt’uno con il personaggio che si è creata, con tutte le sue turbolenze interiori narrative o personali che lo agitano. Ci sono artisti che ne hanno fatto marchio di fabbrica e fonte di cospicui guadagni (chiedere ad Adele per credere), senza pregiudicare la propria coerenza del resto, e lei rientra senz’altro in questa categoria. Il dubbio sul disco semmai deriva dalla sua mancata omogeneità, dal dubbio che la Florence-artista sotto sotto non voglia abbandonare del tutto la grandiosità barocca e melodrammatica e quel desiderio occulto, ma sempre in agguato, di sovraccaricare gli arrangiamenti. High As Hope è qui per suggerirle proprio il contrario, ovvero che è quando la songwriter si focalizza sulle piccole cose portatrici di verità che viene fuori il meglio che c’è in lei.

29 Giugno 2018
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Florence And The Machine

How Big How Blue How Beautiful

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