• giu
    02
    2015

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Universal

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Quando nel 2009 uscì Kiss With A Fist, Florence Welch era una ruggente ventitreenne della Londra benestante che, seguendo col suo personalissimo approccio le Lily Allen, le Kate Nash e Bush dell’epoca e delle epoche addietro, voleva far credere al mondo che le sue relazioni, più dure, più crude (e quindi, in un certo senso, più vere) rispetto a quelle degli altri, erano segno della sua emotività contrastante. L’esordio Lungs delineava la poetica della ragazza/artista, che, con sguardo maturo, voltava le spalle al passato turbolento, declamando che Dog Days Are Over. Niente di più falso, in definitiva. L’artista Welch e i suoi The Machine, nel tempo, sono riusciti a processare i sapori indie (Kiss With A Fist uscì addirittura per Moshi Moshi) in un più vasto scenario… cerimoniale, degno del grande pubblico mainstream e, soprattutto, delle arene. Ceremonials (2011), col suo sound gotico e baroccheggiante (nel senso vero del termine, nel senso, dunque, di vario) segnò, in definitiva, la nascita della Diva, maestosa e imponente di fronte al microfono diamantato.

A cosa serve questo recap alla luce di How Big, How Blue, How Beautiful? Serve a individuare le direttive più interessanti del terzo disco della band di Londra. Uno: i dog days non sono per niente finiti e, con una ripetitività quasi noiosa, il nuovo lavoro torna a parlare (questa volta a suon di metafore e mitologia, promette la cantante) di heartbreak e delusioni sentimentali. Due: date le premesse del punto uno, sarebbe lecito aspettarsi un ritorno alle modalità di suono e di stile (anche visivo) dell’esordio; ebbene, non è questo il caso perché, anche se a un primo ascolto il disco può sembrare sulla stessa scia di Ceremonials, gli output sono completamente diversi. How Big… è un disco elegante, in bianco e nero come la sua copertina, un disco di un’artista pop in piena regola che, in barba al mainstream nel quale si è voluta inserire a forza, non bada solo alla forma, ma dipinge un contenuto (si legga testi, poetiche e arrangiamenti) importante. Tre: in questo scenario, provenendo dal “platino” di entrambi i dischi precedenti, con le aspettative alle stelle del boss di Island USA (“non saremo soddisfatti se non con un album alla prima posizione”), la Welch ha mantenuto la calma (frutto probabile e atteso del suo ennesimo breakdown) e ha fatto quello che sa fare meglio: catalizzare su di sé le attenzioni musicali, di stile e di contenuto; non è un caso che sulla copertina del disco non compaia più il nome completo della band, ma solo il suo nome di battesimo.

Da tutto questo nasce un singolare e autentico bisogno di intimità, di confessione che, a ben guardare, è proprio l’opposto del cerimoniale pomposo alla base del disco precedente. Qui la pomposità diventa direttamente funzionale alla costruzione orchestrale dei brani, che hanno bisogno di architetture barocche per comunicare il contenuto (non dimentichiamoci che l’horror vacui è carattere fondante delle poetiche barocche) e non fini a se stesse. How Big… racchiude le metafore, le ispirazioni e le visioni delle proprie tempeste interiori; è un dipinto di Goya, timidamente associato al sonno della ragione, che genera i mostri di questi brani: si prenda Delilah, ad esempio, un blues epico e ritmato su una telefonata che non arriva mai: Flo è la senza fede Delilah che non sapeva di poter ballare per ingannare l’attesa. O ancora Saint Jude, una ballad dal sapore finto – DIY che colpisce al cuore, tanta è la rassegnazione che trasuda: “maybe I’ve always more comfortable in chaos”. Difficile non essere trascinati dall’afflizione.

Nel girone delle eclissi di cuore delle Welch passano la Vergine Maria, il profeta Giona, Dafne, Persefona, figlia di Zeus e regina degli Inferi, e le tempeste di mare, veri topoi della poetica di Florence (vd. Ship To Wreck e Saint Jude, che è anche il nome del fenomeno meteorologico che ha colpito l’Europa nel 2013, causando quasi 20 morti), che, con questo singolare e nuovo piglio biblico, fanno capolino in Various Storms & Saints, brano eucaristico d’ispirazione 4AD, tra This Mortal Coil e Cocteau Twins. Non esiste modo migliore di rendere omaggio al Barocco se non quello di raccontare storie di re e regine e dei loro tormenti negli anni bui del Medioevo: è così che nasce The Queen Of Peace, forse il brano migliore del disco, dato l’impatto del testo sul consueto tappeto di archi e fiati. Segue il tema tira & molla che, accanto al trittico della rassegnazione (Various Storms & Saints, Long & Lost e Saint Jude) è l’elemento, se così si può dire, più luminoso del disco; non a caso è quello che accompagna le canzoni più ritmate, magari le più nervose: Ship To Wreck, piccolo omaggio ai Fleetwood Mac è il singolo con la esse maiuscola e si meriterà di comparire in tutte le playlist indie quest’estate; What Kind Of Man, anche questa sul podio, schizofrenica e rabbiosa rock song in stile Seventies (“what kind of man loves like this?”); i crescendo e i diminuendo della title track, associati alla coda orchestrale, fanno venire in mente gli ultimi These New Puritans e, pensare che saranno ascoltati (e forse apprezzati), dai fan di Calvin Harris, fa stare bene; Caught, vero cuore della tematica qui analizzata, è, insieme a Third Eye, il brano più hippie del disco, di quella rock music un po’ goffa in stile Procol Harum, Caravan o Gentle Giant, ma anche solo Fiona Apple (su Third Eye alcuni potrebbero leggere i Killers e/o gli ABBA, quando c’è molto Dog Days Are Over, in verità).

Il peggior difetto di How Big… è anche il suo miglior pregio: il suo essere così terribilmente coerente tanto a livello di arrangiamenti, quanto a livello di poetica, rischia di annoiare. Non si spazia fra i generi (indie, disco, EDM, folk, ballads…) come in Ceremonials, né si ruggisce d’istinto come in Lungs, ma si cristallizzano momenti pop d’aspirazione immortale, si raccontano dolori ed emozioni con i filtri adeguati, sebbene il vestito possa sembrare ad alcuni troppo lungo e ricamato per poter funzionare. In definitiva, gli elementi (che poi sono le canzoni) per far funzionare un buon disco ci sono tutti e, anzi, parteggiamo per la coerenza a rischio noia, piuttosto che per l’incoerenza dalle vendite facili.

3 giugno 2015
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