• lug
    21
    2017

Album

Columbia Records

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Negli ultimi anni abbiamo visto molti jingle-maker di professione farsi largo in modo deciso all’interno della discografia più o meno generalista. Passare ore, giorni, settimane alla ricerca della giusta sequenza di note in qualche modo forgia un’istinto pop che per forza di cose prima o poi spinge a cercare la propria strada artistica. Lo sanno bene Sebu Simonian dei Capital Cities, Eva Hendricks dei Charly Bliss (Guppy è un potenziale contenitore di hit) e Mark Foster dei Foster The People. In fondo, cosa era Pumped Up Kicks (soprattutto nel frangente fischiettato) se non un lungo jingle in formato top40? Una ciambella col buco che per qualche mese ha portato i californiani in cima al mondo, uno di quei brani con cui le alt-FM americane provavano (e provano tutt’ora) a strizzare l’occhio ad un pubblico (pseudo)indie tra una hit dei RHCP e una dei Green Day, nonché una delle poche concrete rappresentazioni dell’effimero momento post-MGMT a cavallo tra anni Zero e anni Dieci. Dopo Pumped Up Kicks e il relativo fortunato album Torches i Foster The People non sono riusciti a bissare i risultati con Supermodel, tentativo – a conti fatti fallito – di proporsi in una veste più classicamente e mediocremente pop-rock con un singolo di lancio (Coming of Age, una possibile b-side dei Killers dei tempi d’oro) piuttosto debole.

A tre anni di distanza e senza lo storico bassista Jacob Fink, Foster e compagni si riaffacciano timidamente in un mercato profondamente diverso da quello del 2010 con il terzo album Sacred Hearts Club, presentato ad aprile dall’antipasto III, EP composto da tre brani che ritroviamo anche su formato lungo: Doing It for the Money, SHC e Pay the Man, quest’ultima furbamente in bilico tra memorie Phoenix e predominanti quanto didattiche battute HH. D’altronde, già nel 2015, parlando del nuovo materiale Foster disse: «is going to be a little more hip hop». Affermazione sicuramente più coerente del «We’re not doing it for the money» contenuto in Doing It For The Money, traccia al limite dell’inqualificabile costruita attorno ad un chorus che non sfigurerebbe in A Head Full Of Dreams o più in generale in qualche playlist pop-EDM. Se c’è un brano che può rilanciare le quotazioni mainstream della band è purtroppo proprio questo.

Dosi di elettronica radio-friendly sono presenti anche in Loyal Like Sid & Nancy, vale a dire un generico club-pop che si presta a remix ancora più grossolani della già sciatta versione originale che, il realtà, contiene alcuni validi spunti (il riferimento a Sylvia Plath o i malinconici archi, ad esempio) affogati però in un indefinito liquido posticcio. I fan della prima ora apprezzeranno sicuramente l’andazzo indolente di I Love My Friends e la sezione ritmica contagiosa di Static Space Lover, uno dei passaggi maggiormente psych-friendly insieme a Orange Dreams, che è in pratica una breve registrazione di una qualsiasi studio jam session dei Tame Impala. Emerge invece la storica passione per i Beach Boys nel minuto scarso di Time To Get Closer (svilupparla ulteriormente avrebbe giovato) e dei coretti presenti in Lotus Eater, traccia che unisce chitarre Strokes e sbandate pseudo-garage.

Anche mettendo da parte il generico fastidio verso un prodotto così ruffiano e senz’anima, a Sacred Hearts Club mancano troppi elementi per essere un buon disco pop: è privo di spina dorsale (non è altro che un’accozzaglia di motivetti e di stili), caratterizzato da ritornelli spesso dozzinali (troviamo giusto un paio di passaggi melodici gustosi in una pletora di sequenze che non attecchiscono neanche a livello epidermico) e completamente slegato da qualsiasi contemporaneità.

25 luglio 2017
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