Recensioni

A tre anni di distanza da Pedestrian Verse, i Frightened Rabbit provano a disincagliarsi dal torpore di una forma-canzone monotona e che non riesce quasi mai ad attecchire fino in fondo nell’immaginario dell’ascoltatore. Era il 2013 e a poco era servita l’ottima produzione di Leo Abrahms: la band con base a Selkirk (Scozia) finì per incespicare in un indie-rock diretto ma eccessivamente statico, privo di quei colpi di coda utili a segnare il confine tra un disco memorabile ed uno appena passabile. Painting Of A Panic Attack, secondo album uscito per Atlantic Records, cerca di scrollarsi di dosso quella smaniosa ricerca d’identità sonora, affidandosi ad un lirismo mai così denso ed introspettivo. Mutano le attitudini così come la produzione, che si tinge dei chiaroscuri umorali di Aaron Dessner (The National), più volte intervenuto a proposito della «natura estremamente fragile e toccante dei nuovi componimenti» venuti fuori dalla penna di Scott Hutchinson.
Painting Of A Panic Attack è un album realizzato su direttrici geografiche ampie – registrato tra lo studio di Dessner a Brooklyn (dove sono stati registrati High Violet e Trouble Will Find Me dei The National) e i Dreamland Studios di Woodstock – che, in qualche modo, ritornano anche come tema portante dell’intero concept. Assume un peso significativo, infatti, l’esperienza personale di Hutchinson, costretto ad abbandonare la Scozia per trasferirsi a Los Angeles: viene fuori da qui il disagio latente e l’amarezza che connotano i brani più significativi del disco. Sentirsi sradicati e vivere in un luogo che non senti tuo per le troppe contraddizioni intrinseche sono le chiavi di lettura offerte dallo stesso cantante scozzese, che, dopo l’abbandono del chitarrista Gordon Skene, si affida alle inflessioni chitarristiche del subentrato Simon Liddell. Il risultato, seppur con alti e bassi evidenti, è funzionale al discorso sentimentale che ruota attorno al disco, in cui la mano di Dressner disegna un filo rosso fedele alle misture sonore in chiave National: tempi e spazi si dilatano e si caricano di una vena malinconica ed estremamente riflessiva, come in Death Dream, il cui crescendo da marcia lacrimevole dà indicazioni precise sul nuovo status quo, a metà strada tra l’aura trasognata di Yann Tiersen ed un senso d’indolenza altezza Interpol. La sensazione persistente, però, è che Painting Of A Panic Attack sia marcatamente debitore verso la lezione della band capitanata da Matt Berninger, che sicuramente si sarebbe trovato a suo agio negli spazi dei Frightened Rabbit. Ne è un esempio Still Want To Be Here, che suona come una side-track di Trouble Will Find Me, così come la stessa An Otherwise Disappointing Life, fedeli a stilemi snaturati dai The Strokes di Angles (Get Out) e il rassicurante pathos in chiave Wilco (Blood Under The Bridge). A chiudere il cerchio, dopo aver rincorso una palette sonora ben addomesticata seppur talvolta scontata, è il lirismo puro di Die Like a Rich Boy, dominato dagli arpeggi di una chitarra mai invadente e che racchiude – col crescendo del chorus – tutta l’amarezza metabolizzata da Hutchinson tra le strade lastricate d’oro e polvere di Los Angeles.
Come per l’artwork dell’album, i Frightened Rabbit provano ad erigere un piccolo monumento fatto di suoni e suggestioni attraverso cui poter riflettere sul caos che domina questi tempi. Riescono nell’impresa inserendo una chiave di lettura a tratti post-rock e che gioca su basse frequenze cardiache: il risultato è un disco che ha una propria validità strettamente emotiva, ma che comunque non riesce ad essere memorabile. Rispetto all’esordio con Atlantic Records – così come per i restanti album usciti per Fat Cat Records – è innegabile un passo avanti che relega i Nostri in un limbo incapace di mostrare del tutto le loro reali attitudini.
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