Recensioni

6.2

Successore di Dead To Me (2011) e The New Life (2013), Arms Around a Vision è il terzo disco sfornato dal quartetto di Belfast Girls Names, uscito lo scorso 2 ottobre per l’etichetta Tough Love. È indubbio che la band si è avvicinata ad un sound più post-punk e grezzo rispetto ai lavori precedenti, lasciando un po’ in disparte l’idea di garage e di jangle-pop e cercando di trarre spunti dalla scena krautrock e dalla più cupa new wave. Dal punto di vista della produzione, Arms Around a Vision risulta quasi privo di dinamicità, un agglomerato di dodici tracce a forma d’insaccato da cui è difficile capire quali frequenze siano veramente alte e quali invece basse. Già solo per questa ragione si perde tutto l’altalenare emotivo, indispensabile per stabilire un contatto con chi ascolta.

In Arms Around a Vision la durata dei brani si allunga, fino a toccare i cinque minuti abbondanti in Chrome Rose (di chiara ispirazione Can), nella futuristica A Hunger Artist e in Take Out The Hand. Addirittura si arriva ai sei minuti nella chiusura I Was You, forse omaggio celato ai The Birthday Party, di certo influenzata dall’industrial. La voce di Cathal Cully – qui sempre più vicina a quella di Joe Strummer e in alcuni momenti persino a quella di Peter Doherty – è indiscutibilmente intrigante e stavolta respira in ariosi spazi, non più soffocata dalle tonnellate di riverbero del passato né seppellita dal mix; viene enfatizzata anche per porre in risalto i testi, meno criptici rispetto a quanto scritto dai Girls Names in precedenza. Il problema, tuttavia, è che non c’è un brano in particolare in cui le doti del frontman riescano ad essere esaltate a dovere, ma anzi, il piattume generale dei suoni rende ardua l’idea di un secondo ascolto del disco per intero. Paradossalmente, paiono di maggiore spessore e interesse i due intermezzi elettronici da nemmeno due minuti di durata l’uno, Obsession e Convalescence, nei quali si può scorgere l’enorme impronta lasciata dalla zampata creativa della Berlino anni Settanta, madre di quel gioiello che è Low.

Se i Girls Names si fossero impegnati così a fondo nella caratterizzazione del resto del disco, andando oltre la sola coppia di interludi e senza cadere nella trappola del “più si fa, meglio è”, Arms Around a Vision sarebbe ora una piacevole retrospettiva di ciò che l’Europa è stata in grado di offrire a livello artistico e musicale fino ad oggi, nonché una prova che il sound della band di Belfast si può evolvere. Così com’è, purtroppo, la terza fatica dei quattro irlandesi del nord rimane un tappeto sonoro su cui sono state buttate idee potenzialmente valide, però mai giunte allo sviluppo.

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