Recensioni

Goldie, noto anche come Rufige Cru, con le sue rivoluzioni all’interno della scena hardcore breakbeat (le tecniche pitchshifting e time-lapse) sul lato “oscuro” prima e con l’imbattibile produzione d’n’b contaminata sul lato “ambient jungle” “art-core” – come le ha definite Reynolds – su formato album “luminoso” poi, ha segnato gli anni ’90 in maniera indelebile, così come la sua impronta, sia come creativo orchestratore circondato da abili producer, sia come capofila della Metalheadz, ha rappresentato a sua volta i numerosi pro e gli inevitabili contro di una scena che, al cambio di decennio, si è cocciutamente chiusa in una letterale Inner City Life, in uno sfoggio d’integrità (cul de sac) che non ha mancato di beccarsi le sue belle critiche di elitismo.
Al netto di tutti i sacrosanti meriti, Clifford Price è una persona che ragiona di cuore e prosopopea, ma è anche un uomo animato da grandi ambizioni, dal bisogno di fare, e soprattutto agli inizi, dall’ottenere una sua classicità definitiva, un punto nella storia. Timeless quel punto lo aveva centrato in pieno e poco più in là, in Saturnz Return, l’asticella era stata spinta ancora oltre – e col senno di poi, anche piuttosto bene – all’insegna di uno sperimentalismo a suo modo ancor più ambizioso e contaminato (vedi la collaborazione con Bowie, il pezzo sinfonico dedicato alla madre, ecc.). In quest’ultima prova, il minutaggio superava abbondantemente le 2 ore, mentre per questo doppio siamo sui 140 minuti. In mezzo abbiamo avuto un ritorno dell’alias Rufige Cru con Memoirs Of An Afterlife (2009) e l’autografo Sine Tempus. The Soundtrack dell’anno precedente, con il producer che, nel frattempo, non si è mai fermato veramente, anzi si è fatto in quattro, tra ruoli attoriali, comparsate per reality, dj set, direzioni d’orchestra e altro ancora.
Goldie ha descritto il nuovo doppio come il big brother di Timeless e infatti, rispetto al delicato/ruvido approccio e alle sanguinanti influenze rock del citato Saturnz Return, la nuova prova, prodotta con l’aiuto dell’ingegnere James Davidson, oppone una produzione lussuosa con molti cantati in area soul (vedeteli anche trip hop) intinti di notturne raffinatezze jazz, completati da qualche strumentale a riproporre il blend su cassa rullante con i necessari scarti produttivi. Il confronto innescato dal producer con il citato capolavoro (a partire dai 18 minuti di una Redemption che ricorda in attacco Inner City Life), del resto, è pericoloso, fatto con una certa confidenza nei propri mezzi e collaboratori, pensando che dove non arriverà il picco sarà il viaggio nel suo complesso a coinvolgere l’ascoltatore sulla lunga distanza. E in scaletta succede che abbiamo i tocchi da maestro e il suo incontrollabile bisogno di (stra)fare, nonché qualche grammo di autoindulgenza cresciuta negli anni.
Le buone cose non mancano, soprattutto nella prima parte, vedi l’attacco Horizons con Terri Walker alla voce e i fiati di Swindle, che surclassa, a livello di produzione, l’ultimo album di Solange (dominato anch’esso da tinte soul jazz), o quella Mirrored River proposta in due versioni (Walker in una e Natalie Williams nell’altra); tuttavia, grattando la superficie ci troviamo in cuffia una produzione così “intelligent” da soffrire proprio dei limiti di quelle produzioni dei 90s, per non tacere dei melensi episodi late night (I Adore You, Run Run Run), divagazioni Pat Metheny e altre lungaggini. Di converso, i pochi strumentali si “limitano”, diciamo così, a distinguerlo tuttora dalle produzione dei suoi pupilli, e sono ottime cose: Prism con le sue evoluzioni minimal sinfoniche ai synth analogici (che sembra incrociare gli occhi con Aphex Twin) è ottima, il sopracitato momento proggy, da metà minutaggio in poi, monta un’indomita house, insidiosa, esplorativa, imbattibile.
A farne un disco sunto di una carriera è, infine, la copertina, che lo immortala in vari momenti della sua vita artistica e non. E’ un disco di un Goldie invecchiato sostanzialmente bene, ancora immerso, immenso e illuminato dai suoi 90s, ma con gli scarti giusti per esistere anche oggi, con dignità, classe e qualche tocco da maestro. Non è il disco di un sopravvissuto dunque, peccato solo per quel retrogusto di opera tronfia che togliendo pezzi, riducendo minutaggi, limitando i vocal, e anzi, sostituendoli con strumentali all’altezza di quelli presenti, si sarebbe potuto tranquillamente evitare.
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