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7.3

Dopo il tour commemorativo del 2010 (immortalato nell’album dal vivo Last Night In Brixton del 2013), i Groove Armada hanno preso la direzione dell’underground, pubblicando EP e singoli su etichette minori, tralasciando lo sputtanamento EDM che proprio a cavallo del primo decennio del nuovo millennio aveva già sommerso gran parte dei festival di musica elettronica più o meno commerciali. Il ritorno alla “formula album” dopo due lustri è un inno alla semplicità, lavorato via web e finalizzato in intense sessioni da studio ma non per questo meno pregevole, anzi. L’ingrediente che rende interessante questo disco sono le collaborazioni con personaggi di tutto rispetto del mondo dance/house e un’oculata e integerrima perfezione a livello produttivo, per i due musicisti e produttori in attività dal lontano 1997.

Il singolo di apertura Get Out on the Dancefloor è un taglio ’70 con una base à la Mr. Fingers (il rimando è a Can You Feel It) e qualche tocco solare balearic, brano che avevamo potuto ascoltare in un edit nello stupendo video omonimo costruito con le clip dei fan che ballano (tra gli altri anche la modella e musicista Sophie Ellis-Bextor e la drag queen Divina De Campo) e con le vocals di Nick Littlemore degli Empire of the Sun, che i due conoscono da Black Light.

Il messaggio è semplice: non serve molto, non servono palchi, bastano la vibrazione corretta, il ritmo e un testo visionario e positivo, mezzo parlato e mezzo cantato: un inno. Si continua con un lento take ’80 synth pop in Holding Strong, con cori zuccherosi cantati da un ispirato James Alexander Bright, per passare poi alla più interessante e decisa Tripwire, sempre con Littlemore in visibilio pop. Ottimo poi il classico mood Chicago house in I Can Only Miss You e Dance Our Hurt Away con la voce culto di Paris Brightledge (che aveva già collaborato con il duo nel 2019 nel singolo I’ll Be Searching (For You)) e che qui ricorda uno stilosissimo Prince.

Altra chicca pop è Don’t Give Up, con suoni e atmosfere ibizenche tagliate con savoir faire sunny Nineties, come pure lo sono le atmosfere molto vicine agli Everything But The Girl nella soulful che tranquillizza le acque We’re Free (le vocals sono della giovane cantante e produttrice inglese Roseau) e il blues su base hip-hop di What Cha Gonna Do With Your Love, che riporta il tutto su un piano di anima house a prescindere dalla cassa: una meditazione ostinata su un loop di piano classicissimo ma efficace. La title track va a parare poi su atmosfere ’80 à la Phil Collins/Pet Shop Boys con il contributo della band indie rock di Brooklyn She Keeps Bees. Non manca, inoltre, la sorpresa con il vocoder di Todd Edwards (eroe personale e collaboratore in più di un brano dei Daft Punk) e sonorità vicine alla scena glo-fi di cui ci eravamo infatuati qualche anno fa (ricordate Washed Out e i Ducktails?).

Un disco che viaggia con leggerezza a cavallo tra decenni e si stacca con classe dall’eredità strettamente da ballo che i gli stessi Groove Armada, insieme a Underworld e Chemical Brothers, portano avanti dalla fine del millennio scorso. Come i compagni di strada, anche Andy Cato e Tom Findlay cercano di rinnovarsi senza rinnegare le radici comunque intrise di dancefloor, regalandoci uno dei singoli dell’anno (Get Out On The Dancefloor è l’inno anti-tristezza per eccellenza di quest’anno bisesto e funesto) e un album che promette ascolti a ripetizione, sia per la qualità della produzione che per la varietà della proposta musicale. Avanti così.

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