• Set
    05
    2013

Album

Queenspectra

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Il viaggio alla riscoperta della purezza, dell’essenzialità, della linearità, della compostezza apollinea dell’elettronica senza aggettivi della primissima techno (intesa più come paradigma estetico che come fenomeno storico e corpus di musiche) continua per Marco/UXO con questo terzo lavoro a nome HDADD, che dei precedenti è il figlio-gigante e il compimento utopico (e che proprio per questo non ne possiede la stessa ispida acerba incisività). Un lavoro che richiede un respriro disteso (sono 23 brani e 71 minuti), che dribbla la dispersività invitando all’ascolto immersivo, come si trattasse di un unico trip kosmische, e che ripaga questa dedizione qualificandosi come un’opera neoclassica e di sintesi, in un momento di grandi marmellate contaminative che cercano nuove vie per smarcarsi dalle direttrici delle musiche ritmiche degli ultimi anni: wonky, dubstep, footwork, trap, massimalismo, fusion elettronica, vintageologia 80s, smaterializzazioni varie, ritorno alla techno e all’electro. 

Marco si piazza al centro di quest’ultimo discorso ma – come dire – one of a kind, se è vero come è vero che questo Mondo Mzk riesce a suonare liscio e compatto come un corpo unico – esaltato da un missaggio pulito e brillante, perfettamente introdotto dai visual impiegati nei promo – pur mettendo assieme tanti riferimenti diversi, e anzi proprio spiegando come questi siano le diverse facce dello stesso solido.

“Bozzetti pastorali venusiani” come avrebbe potuto farli Aphex Twin (Surface), oscillazioni VangelisianeTroniane (Broken Window), melmoso reggae solarizzato che annaspa nelle stesse fonti post-punk dell’urban industriale di Kevin Martin (Trapped, feat. Colossius), titoli sé-descrittivi che sono i punti in cui stingono gli uni negli altri i Burial Mix della Basic Channel e il già post-dubstep dei mix di Burial (Black&Blue, ma anche Cruel World). Una pulsazione, ora scandita da beat quadrati, ora retinata in rarefazioni spaziali, tutta attraversata da un afflato a suo modo mistico, sicuramente ascensionale, come un’anabasi domestica e artigiana. Un percorso visionario nella misura in cui sono questi gli esiti di una ricerca vera, forse anche un po’ autistica, in ogni caso lontana dalla cosmesi “del momento” – che non è “l’adesso”, ma una forma mentis – in cui pure si trova immersa (come la perla nel goloso untume dell’ostrica) e che pure sappiamo essere all’occorrenza assolutamente nelle corde del nostro (lo avevamo identificato come uno dei produttori migliori della scena “wonky” italiana, no?).

Marco dice che è il suo lavoro migliore e probabilmente ha ragione; anche se, ripetiamo – giusto perché non si dica che non spacchiamo il capello in quattro e che ci perdiamo in pindariche e sperticate lodi – non il suo più incisivo. Immaginiamo pure quali parole userebbe lui per descrivere questo lavoro, solo apparentemente una boutade: soul e punk. Questa è roba per intenditori, palati fini, per chi non si ferma al primo anello della catena ma andando a ritroso riesce a procedere oltre, roba che all’ombra di una bandiera diversa o pompata dal magazine giusto (rigorosamente esterofilo, ma nel nostro caso au contraire), potrebbe fare sfracelli. E allora la mettiamo questa, per quanto diversissima, accanto alla perla di fiume – anzi, di lago – Voices from the Lake di Donato Dozzy e Neel.

20 Settembre 2013
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