Live Report
Dal 30 Maggio al 2 Giugno 2018

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Innsbruck è la prima vera e propria città austriaca che si incontra superato il confine. Io e la mia ragazza, candidamente ignara delle masturbazioni meta-musicali cui sarà sottoposta nei prossimi tre giorni, ci arriviamo godendoci la bucolica vista tipica del Brennero a base di pascoli e baite, foreste e montagne, su un treno Eurocity algidamente asettico. Una squisita carrozza minimal chic di un nitore tutto mitteleuropeo, talmente perfetta che non ha le hostess a servirti lo snack offerto ma in qualche modo senti che DOVREBBE averle. La stazione d’arrivo sembra piuttosto il terminal di un aeroporto, il che rafforza il solito cliché di qualunquismo anti-patriottico secondo cui la vera civiltà starebbe di casa in queste teutoniche lande molto più che sull’italico suolo. La pulizia del terreno austriaco è quasi sinistra, non trovi una cartaccia o un mozzicone buttati per terra nemmeno a cercarli disperatamente. Il nitore delle vie cittadine sembra minuziosamente sorvegliato da un esercito di solerti spazzini rintanati nel sottosuolo della città. Un formicaio di carbonare massaie pronte a far sparire con minuziosa prontezza qualsiasi rifiuto accidentalmente o volontariamente lasciato cadere dall’archetipico turista italiano grezzone, di cui io in primis rappresento sicuramente una variante piuttosto canonica. 

Heart of Noise è un festival abbastanza improbabile. Sembra cercare spasmodicamente artisti e suoni che inseguano un’idea di musica che sia la più non musicale possibile. Lo fa in una città infilata tra i monti, piena di storia eppure piccolissima. Innsbruck si gira abbondantemente in un giorno, ma viverne la quotidianità senza affanni è sempre bellissimo. Il festival è una creatura facile da amare come la città che lo ospita, e ne è creato ad immagine e somiglianza. Raccolto, intimo, riflessivo, e al contempo aperto, accogliente, stimolante e internazionale. Solo nell’edizione di quest’anno ci sono artisti le cui origini spaziano dall’America al Regno Unito, dal Giappone alla Turchia. Ogni esibizione, e questa è forse la cosa che amo più di tutte, è seguita dal pubblico presente (di solito non più di un centinaio abbondante di persone) nel silenzio più assoluto. Un’attenzione quasi estatica che sembra in aperta contraddizione con gli ermetici live proposti, ma ne rappresenta in realtà l’unica modalità fruitiva possibile. Al termine di ciascuna esibizione, un semplice applauso, magari qualche fischio, e l’artista si inchina. Sipario. 

L’hotel in cui alloggiamo si trova nella piazza principale della città, in pieno centro storico, a pochissimi metri dal Goldenes Dachl, il tetto d’oro simbolo di Innsbruck. Ci accoglie una rubiconda matrona tirolese che parla un italiano pesantemente accentato ma eccellente. È un albergo a metà tra la rustica pensione montana tutta legnosa tipica delle Dolomiti, con la sua bonaria convivialità pastorale, e una malinconica eleganza dekadent squisitamente tardo-asburgica. La veranda della camera si apre direttamente sulla piazza, e il vociare della folla di turisti sottostante arriva ovattato dalle finestre a doppia imposta. Dopo una rapida ma distensiva passeggiata per le gremite vie del centro storico, ci dirigiamo verso il primo appuntamento della rassegna. Tapes, Kassetten und K7 è il titolo dell’esposizione, che si svolge presso Die Bäckerei. Sono solo le sei di sera, quindi orario aperitivo, e infatti l’esterno della location è gremito di austriaci allegramente birraioli. Il posto è un bizzarro Frankenstein di ambienti: c’è un piccolo pub, poi una spazio dove è allestita la mostra, e nel retro una bottega artigianale indipendente di falegnameria. Il tutto è accuratamente tenuto in un suggestivo stato di studiata fatiscenza, vale a dire che più o meno tutto cade a pezzi ed è divorato dalle muffe, ma si capisce che è così perché vuole essere così. È una sorta di urbex per hipster, artificiosa e affascinante. Il filo conduttore dell’esposizione è una retromania analogica, con vecchie cassette dimenticate ripescate un po’ da tutto il mondo e nastri srotolati in fasci appesi al soffitto, walkman obsoleti e mangianastri polverosi. Il tutto è sicuramente molto figo, e rappresenta un validissimo aperitif alla serata vera e propria. 

Prima di dirigerci al Treibhaus, la location principale del festival, ceniamo en plein air nella piazza principale. Qui scopro un menù declinato in una decina di diverse combinazioni di tortini di patate, ognuno condito con le guarnizioni più evocative. Opto coraggiosamente per un accompagnamento del mio tortino a base di salsa ai mirtilli, purea di mele e panna acida, che in realtà non è davvero panna acida ma è una formaggiosa burrata che può ricordare vagamente uno squacquerone diarretico e blandamente zuccherino. Questo per dire che la cucina austriaca può regalare emozioni che possono andare agilmente al di là della castigata (seppur fondamentale) affumicatura dello speck. Il Treibhaus è un locale con ben due sale da concerto di dimensioni oneste e ristorante annesso. Il clima interno della Turm, la stanza del primo live, è perfidamente equatoriale. La torrida afa e la spessa umidità, insieme ai giochi di luci morbidamente psichedelici, ci gettano immediatamente in un’estasi mistica che rende già l’attesa dell’inizio un’esperienza allucinatamente extracorporea. Marc Baron, il primo ad esibirsi, è palesemente il sosia di Francesco Renga. Ma invece di dare il colpo di grazia alle due MILF presenti, già stonate dal caldo, attaccando con Angelo, le costerna con un set indecifrabile e grandioso. Sbroglia dei nastri, li smagnetizza, li riavvolge strinandoli, poi si perde in una corte di infiniti echi, crepitii, tonfi e riverberi. Alza muri dronici di inquietante bliblicità, che ti sembra di vedere all’orizzonte lo sciame di locuste che arriva a prenderti, si incastra in loop di voci demoniache e atmosfere lovercraftiane, e infine sfuma il tutto in un ipnotico riff di basso che si specchia in sé stesso ripetendosi ad libitum. Kassel Jäger è invece la necessaria decompressione dopo il Renga malvagio: un rilassante set di ambient etereo e soffuso, con gli spettatori sdraiati per terra e cullati dal sintetico sciabordio di una dronica risacca dolcemente onirica.

Tutto ciò, per quanto bello, è però ancora mero antipasto. Scesa una rampa di scale per arrivare alla seconda sala, il live di Tim Hecker mantiene prepotentemente le sue promesse. Immerso in un’oscurità totale senza che si riesca a distinguere niente, le magnifiche bordate del suo ultimo Love Streams arrivano violente e cattedratiche, sacrali e catartiche. Non c’è controparte visiva: nessun visual, nessuna luce. L’unica cosa che riesco a distinguere è la nuca di un tizio davanti a me, che probabilmente non sta troppo bene e inizia a fare headbanging da solo quindici minuti prima che Hecker inizi a suonare, e va avanti per tutta l’esibizione seguendo un oscuro ritmo che sente solo lui. Tira anche un paio di testate alle persone circostanti, ma non si spegne mai. Il prossimo in scaletta è Bliss Signal, il nuovo progetto di Mumdance insieme ad un tizio con i capelli lunghi e la chitarra elettrica. Propongono un black metal meticcio non troppo a fuoco, e la sfortuna di esibirsi subito dopo Hecker fa sì che a confronto con la squassante potenza dei suoi suoni i due sembrino de facto poco più di due illustri scoreggioni. I set di Errorsmith e Rrose invece, entrambi superbi, chiudono la serata sui binari migliori.

Marc Baron aka il sosia di Francesco Renga

La mattina seguente continuiamo a bighellonare felici per le vie del centro. In hotel pranziamo sperimentando la dissonante ebrezza di un BigMac da portar via consumato davanti alle doppie vetrate della nostra veranda tardo-asburgica. Nel pomeriggio ci dirigiamo al Cinematograph cittadino, una di quelle vecchie monosale cinematografiche cittadine polverose e affascinanti, risalenti probabilmente agli anni Venti e con le poltrone di raso rosso e il soffitto claustrofobicamente basso. Qui assistiamo alla proiezione di ZIM ŠVANTÉ (Das Salz Swanetiens) di Michail Konstantinovič Kalatozov. È un film muto di avanguardia sovietica che racconta la drammatica esistenza degli abitanti delle alte valli della regione caucasica della Svanezia, con sottotitoli in russo non tradotti. Messa così non è che sia proprio una festa, e invece l’esperienza, per quanto provante, si rivela epifanica. Durante la proiezione la pellicola viene sonorizzata dal multistrumentista locale Christoph Fügenschuh, con un impasto sinistro e disturbante a metà tra la maligna oscurità dei Portal e gli allucinogeni spaghetti morriconiani degli Heroin in Tahiti. L’inquietante connubio tra le immagini di dura vita rurale e la tetra musica di accompagnamento ricorda le atmosfere tra occulto e ancestrale di esperienze nostrane come La Piramide di Sangue, e sfocia progressivamente in un’escalation di conturbante riesumazione degli esoterismi tribali e rituali delle comunità arcaiche e incontaminate del Caucaso. Tra le varie amenità, lo sconvolgente finale vede una vedova allattare la terra sotto cui è sepolto il cadavere del figlio morto in fasce, sbranato dai cani.

Dopo uno yogurt alle fragole a stemperare la penosa gravità della proiezione, andiamo a bazzicare il locale del Treibhaus in orario aperitivo, dove Dj Bleed e Dj Katapila intrattengono gli avventori con due dj set brillantemente danzerecci. Il crossover culinario Austria-Messico è un ibrido mutante innegabilmente stuzzicante, e così prima di immergerci nuovamente nelle tropicali temperature del Treibhaus consumiamo una cena frugale a base di nachos, burrito e altre schifezze. Il primo live della serata è affidato al progetto Tape Loop Orchestra. È un ambientale canto di sirene che immerge i presenti in un bozzolo amniotico di tepore prenatale, lasciandoci vagare nella cullante ovatta di abissali e immaginarie esplorazioni oceaniche. Ekin Fil, da Istanbul, regala un’esibizione profondamente diversa ma ugualmente mesmerizzante. Chitarra in braccio, esegue estratti dal suo ultimo album Ghosts Inside intessendo melodie vaghe e annacquate, polverizzate in strati e strati di riverberi. Sembra di ascoltare un acquerello impressionista, sfuggente e aggraziato. La lavagna è cancellata con decisione nel live successivo, con il progetto The Speaker di Valerio Tricoli. Sono le ambientazioni creepy e polverose cui il compositore palermitano ci ha abituato, piene di spasmi glitch e voci hauntologiche. Questa volta si arricchiscono della voce live di Pan Daijing, una sirena spastica e deviata che alza decisamente il tasso di angoscia costruendo atmosfere pre-Basaglia. Scendiamo poi nel sotteraneo del Keller, dove i Godflesh iniziano il loro live abbastanza in punta di piedi: foto di un crocefisso in fiamme alle spalle e il solito muro sonoro impenetrabile di chitarra e basso distorti all’inverosimile. Pachidermico incedere e pochi fronzoli, per un’esibizione monolitica e granitica. Sono i vecchi amici che pestano sempre allo stesso modo, ma ogni volta li rivedi con affetto. Chiudono il tutto due live a loro volta speculari, con l’ambient riflessiva di Abul Mogard e l’ansioso mischiotto di post-punk, no-wave ed electroclash di Alec Empire.

Godflesh

La mattina dopo smaltiamo gli opprimenti spettri messicani della non levissima cena precedente visitando il Museo Regionale Tiroles Ferdinandeum. Contiene ben sette esposizioni tra preistoria, ritratti di nobili locali dimenticati, arte sacra cristiana, reminescenze romane, arte moderna post ’60 e anche una serie di suggestive installazioni aventi ad oggetto strumenti musicali ed elettroacustica. Nel pomeriggio ci dirigiamo all’Hofgarten cittadino, il polmone verde di Innsbruck. È un parco enorme e generosamente alberato, con uno stagno butterato di ninfee che avrebbe commosso Monet e frequenti aiuole floreali tenute così bene da sembrare quasi irreali. Anche qui, sembra non esserci traccia di un rifiuto per svariati acri. Esattamente al centro del parco si trova un imponente padiglione in pietra di stile vagamente neoclassico, al cui interno si tengono tre esibizioni del festival che si susseguono nell’arco del pomeriggio. L’apertura è affidata ad Anma, un corpulento ragazzone che sembra la versione oscura e leggermente più asciugata di Hurley di Lost. Il suo set spazia ondivago tra scampoli cinematici tensivi e piovose parentesi trip hop, minimali fraseggi di piano e occasionali bordate noise. Subito fuori dal padiglione, che si apre sul parco da tutti i suoi quattro lati, si trova una scacchiera gigante con pezzi alti circa un metro, in cui personaggi autoctoni abbastanza improbabili si danno battaglia in sfide particolarmente sentite.

Il match clou di giornata è sicuramente quello che vede contrapposti i due eroi più pittoreschi: il sosia di Stryker (quello di X-Men le origini – Wolverine), che con una mano sposta i pezzi e con l’altra regge un ombrello con cui si ripara per tutta la durata della partita (ma non sta assolutamente piovendo), e la versione gitana del Cappelaio Matto (quello del cartone animato), che passa l’intero incontro a sbeffeggiare l’aversario in tedesco mimando balletti e pose plastiche completamente no-sense. Il set di Anma diventa così la perfetta colonna sonora per un film surreale: a trionfare è infine il Cappellaio Matto, che ovviamente spernacchia arrogante lo sconfitto prima di andarsene. Subito dopo inizia a piovere davvero, calamità che costringe anche Stryker a battere in ritirata, chiaramente dopo aver chiuso il suo ombrello. Sotto al padiglione inizia a suonare Aron Stadler, che in questa città di replicanti è a sua volta il sosia di Jesse Pinkman. Un po’ di droni, un po’ di ambient, una chitarra elettrica suonata con l’archetto del violino à la Sigur Ros. Si chiude con un po’ di techno e nessuna sorpresa. Zenial, terzo e ultimo ad esibirsi al pavillon, è un distinto signore sulla quarantina abbondante, con una giacchetta elegante e un improbabile riporto. Nel corso del suo live si diletta a fare tutti i rumori più fastidiosi che gli vengono in mente: gessetti strisciati su una lavagnetta in grafite, sirene, droni a caso, eccetera. Nel non biasimabile fuggi fuggi generale riesco ad accaparrarmi una delle comode sdraio allestite davanti alla console, il che mi permette di gustarmi il gessetto sulla lavagna da posizione privilegiata e di tutto comfort. Sarà per questo – e per il fatto che non ha nulla di neanche lontanamente musicale né interessante – il live mi accompagna per la manina in un placido e godevole torpore.

Aron Stadler aka Jesse Pinkman in da house

Cena frugale in veranda (in Austria non hanno ancora lanciato il nuovo Crispy McBacon, o forse l’hanno già tolto…) e poi al Treibhaus per l’ultima volta. Tomoko Sauvage nonostante il minaccioso pseudonimo è un’amabile signora che suona non si sa bene cosa inginocchiata in mezzo a svariate bacinelle colme d’acqua, con cui si inumidisce ripetutamente le mani. Il risultato all’orecchio è un rilassante e alla lunga un po’ tedioso continuum vibrante vagamente simile al suono prodotto dalle campane tibetane. Sdraiati a terra osserviamo i giochi di luce proiettati sul soffitto, mentre diamo il colpo di grazia ai nachos di ventiquattrore prima. Accanto a noi c’è Valerio Tricoli, che russa rumorosamente e indossa temerario pantaloni lunghi e chiodo in pelle nonostante i 54 gradi con 92% di umidità della sala del Treibhaus. Finita la magia, è il turno di Klein. Che è nel roster Hyperdub ed era una protégé di Arca, ma in questo live indispone soprattutto. Il tutto si esaurisce in una serie di collage sonori vagamente a cavallo tra gospel e r&b, ma senza che la sensazione che ci sia qualcosa di più del mero onanismo nascosto dietro, e una serie di balletti dal significato sfuggente che lasciano per lo più perplessi.

Per fortuna le sorti sono risollevate dai Pulverin, un duo locale che presenta il proprio omonimo esordio proprio in questa sede. Il dj è il sosia di Mike Shinoda, e imitando lo stoicismo di Valerio Tricoli, affronta sfrontato la canicola del Treibhaus senza mai togliersi giacca e cappello. Non parla, non balla, non sorride, probabilmente non è nemmeno reale. Il cantante invece sembra una specie di Iggy Pop austriaco spastico e sgraziato. Mostra la strada vecchia per tutto il live tenendo i pantaloni esattamente a metà culo, sputa nel microfono e ogni tanto suona il trombone, chiaramente senza essere in grado di farlo. Iggen Poppen e l’ologramma del dj suonano una specie di electro-punk grezzo e maldestro, ballabile ed oscuro, con beat ruvidamente raffinati sotto alla brutale mannaia di un taglia e cuci sonoro stordente. A volte fanno capolino perfino svisate 2-step. La sensazione è che Burial in realtà sia austriaco e faccia cover dei Death Grips. Ci prendiamo talmente bene che alla fine del set gli compriamo il vinile.

Jlin

Seguono Lee Gamble e Jlin, entrambi superbi, ma il mio cuore è rimasto intrappolato nel solco delle chiappe sudate di Iggen Poppen. Anche quest’anno Heart of Noise è stato uno spettacolo.

22 Giugno 2018
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