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7.2

I problemi con alcol e droghe assieme a una overdose che lo stava portando alla morte sono ormai alle spalle da quattro anni. Andrew Butler, boss dietro al progetto Hercules & Love Affair, è ora pulito e vuole sia rifletterci che ballarci su. Il suo nuovo disco Omnion si muove sul binomio tra introspezione intimista e aperture al dancefloor, tra songwriting synth-pop e spinte house. Come sempre non manca la sfilata di ospiti chiamati ad aggiungere le proprie qualità vocali, per un’operazione che si ripete costante fin dall’esordio, dal disco che presentava in tracklist la hit Blind, traccia dalle potenti ritmiche post-disco cantata da Antony (ora Anohni) che conquistò nel 2008 sia il mainstream che le consolle di tutto il mondo. Da lì, dopo tre anni passati a smaltire la sbornia del successo (e non solo in senso metaforico, visti gli abusi sopracitati e raccontati in un’intervista concessa a Pitchfork), sono arrivati l’ottimo sophomore Blue Songs tra disco, synth-pop e qualche tocco d’atmosfera a là Arthur Russell, e il parecchio interessante The  Feast Of The Broken Heart, ben indirizzato a un dancefloor che vuole muoversi ma anche far cantare.

Cosa ritroviamo quindi in questo quarto disco, a tre anni di distanza? Un Butler sempre più convinto dei propri mezzi, forte della sua capacità, ormai rodata, di creare prodotti pop vincenti nel panorama ibrido tra elettronica e canzone, in una direzione che guarda più al groove e ai pezzi uptempo da ballare che all’immersione malinconica del movimento post Kid A. In realtà, un paio di incursioni in quei territori avvengono a partire dalla title track (per proseguire poi con le eteree e sospese Lies e Epilogue), tutta atmosferica, tra synth, effetti in avvolgimento e giro di basso suadente, fino all’esplosione orchestrale di fiati nel ritornello. E se a livello di vocalist Butler può permettersi la delicatezza ammaliante di una Sharon Van Etten, è difficile andare fuori strada e non centrare un pezzo da più di un ascolto. Il brano rappresenta un appello al divino affinché doni aiuto e guarigione («Can you hear my voice tonight? / If I am your child / Why have you put so much in my life / To fight»ed è naturale entrare in empatia, complice l’atmosfera cupa della canzone, con i tormenti vissuti da Andrew Butler nel periodo della dipendenza. Del resto è lo stesso producer ad aprirsi e parlarne apertamente in Fools Wear Crowns davanti ad un synth-pop triste ma affascinante, da ascoltare con le cuffie o da ballare ad occhi chiusi («I’m a fool when I’ve been drinking / I’m glad that I didn’t today / It was foolish to lie here / To think I could wish all the clouds away»).

L’incontro tra groove, bassi in ebollizione ereditati dalla tradizione house di New York e intenso cantautorato, prosegue spaziando da sfumature new-wave (Controller e Through Your Atmosphere, entrambe con la voce di Faris Badwan degli Horrors) a un midtempo r’n’b (Running) che si avvale delle splendide, calde, illuminanti corde vocali di Sisy Ey, fino ad una melodica e arabesca disco music targata 80s (Are You Still Certain). Il disco non delude anche quando spinge sull’acceleratore dei BPM centrando in Controller un lucente anthem house sempre attento, non solo al groove, ma anche all’atmosfera e alla melodia vocale, qui affidata al collaboratore di lungo corso Rouge Mary. Da segnalare anche My Curse and Cure con il featuring di Gustaph, una poesia notturna su cassa dritta e contrappunti in snare dal sapore garage anni Novanta. Altro episodio che mette in risalto gli aspetti più interessanti di questo Omnion: la capacità di far uscire allo scoperto profondità, introspezione e sincerità dalla leggerezza del pop-dance. Andrew Butler continua a piacerci così.

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