Recensioni

6.8

Gli Holy Esque sono diventati un vero e proprio fenomeno in Gran Bretagna. La band originaria di Glasgow è stata spinta dagli addetti ai lavori e dalle riviste di settore sin dalla pubblicazione del singolo Hexx che ha anticipato questo At Hope’s Ravine e ha convinto persino la BBC.

Attentissimi all’estetica – alcuni membri del gruppo hanno studiato alla Glasgow School of Art – gli Holy Esque esordiscono con un album dal tono epico che mescola molto bene elettronica, post-punk e new-wave. Prism mette in luce tutto questo facendo emergere il particolarissimo timbro vocale di Pat Hynes, sporco, perturbante, una sorta di Tom Waits meno baritonale o un Billy Corgan più moderato. Tutto il dark del brano iniziale, che riporta alla mente gli A Certain Ratio di All Night Party, viene dissipato dalla solare Rose, che lascia intravedere uno scorcio di pop e un ritornello per lo più strumentale che è una vera e propria esplosione. At Hope’s Ravine soffre di quella retromania che ormai è parte integrante della cultura odierna, ma riesce molto bene a mantenere una propria identità, così come i Cure (Hexx) o gli Smashing Pumpkins (Covenant – Ill) diventano rimandi su cui poggiano i saliscendi degli Holy Esque.

L’abilità più grande della band è certamente la buona capacità di flirtare col pop, assieme a una dicotomia costante: l’alternarsi di momenti solari che culminano in aperture melodiche e ritmiche decise (Silences) contrapposti a fasi più oscure in cui la tensione tra chitarre e synth fa la differenza (Strange, Doll House). Non mancano le ballate dal tono epico (My Wilderness, At Hope’s Ravine) che sono abilmente contornate da una dinamica mai banale.

L’esordio degli Holy Esque giustifica l’hype che aleggiava sin dai primi passi sulla band, forte di un’abilità di scrittura e di arrangiamento che funziona nonostante At Hope’s Ravine a tratti non sia un disco facilmente assimilabile.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette