Recensioni

In ambito letterario quanto filosofico, si è dibattuto molto sulle possibilità di creare una coscienza formata e pura per gli androidi o i sistemi d’intelligenza artificiale – dalla fantascienza di Ballard e Dick, fino alla recente serie Westworld, o a Her di Spike Jonze, il pensiero di un illuminismo di silicone ha toccato i cunicoli ideologici di profondi pensatori del nostro tempo (ad es. Franco “Bifo” Berardi, che nel suo Futurabilità ipotizza un avvenire sempre più dominato dall’alienazione dei valori interpersonali ma dalla possibilità che tali valori vengano “incarnati” dai nostri amici sintetici). La musica, per quanto mezzo transmediale e dotato di notevoli potenzialità, ha raramente affrontato l’argomento (se non in tempi non sospetti con i Kraftwerk, che ne hanno fatto il loro maggior fattore estetico), anche se spesso si sofferma su questa riflessione, seppur con altri mezzi teorici – l’ambiguità sessuale di Sophie, i dibattiti sull’antropocene (termine coniato negli Ottanta dal biologo statunitense Eugene F. Stoermer) portati avanti da Basinski e la scuola power ambient e adesso pure da Grimes, che cita il termine nel titolo del suo nuovo album.
L’efficacia di questo dibattito è però amplificata se si ha un supporto sonoro che riesca ad esprimere tale inquietudine e distacco dalla sfera irrazionale e a-critica (quello che il vuoto pneumatico del poptimism anni Dieci ha portato, sostanzialmente), quindi se ciò che ci parla di subconscio artificialmente indotto ed emozioni pure in un fantoccio meccanico suona come se questo fantoccio stia cercando di comunicarci qualcosa (uno dei brani più calzanti che mi vengono in mente è l’ultrapopolare Paranoid Android dei Radiohead, che trae ispirazione dal robot nichilista Marvin della serie Guida Galattica per Autostoppisti). Tutto ciò ha a che fare con prospettive neanche troppo utopiche (basti pensare ai passi da gigante effettuati dalla scienza in questo campo), e idealmente si pone come ponte post-moderno verso un nuovo esistenzialismo che pare colpire anche le fredde e razionali macchine.
Gli Housewives, un quintetto da Londra, hanno passato la loro (breve, finora) carriera a scomporre sistematicamente qualsivoglia regola compositiva, di natura ritmica o melodica – anche se di melodia nella loro miscela ce n’è ben poca: ritmi sghembi e secchi, inserti digitali, strumenti a corda massacrati, un mix tra i This Heat e la scuola del primo krautrock sotto codeina. Gli Housewives sono lo sfascio del post-punk teorizzato da Mark E. Smith, reso ancor più esasperato ed esasperante nel raccontare l’angustia della società moderna con clinica ferocia, come un Palahniuk dei bei tempi. Se c’era una band che nella mia testa poteva sviluppare al meglio questo concetto futuristico, quella band erano loro. Dopo due album (Work del 2015 e l’alfanumerico FF61116 uscito su Rocket Recordings nel 2017) arrivano con Twilight Splendour, e già contestualizzano i contenuti ideologici dell’opera sulla propria pagina Instagram, usata come mezzo di promozione e allo stesso tempo come cavallo di Troia per insinuarsi nel linguaggio visivo della rete social (gli Housewives producono video di 10-20 secondi che mostrano testimonial e modelli giovani dai vacui sguardi, situazioni da pubblicità, video virali, influencer e tutorial effimeri): già ci vogliono dire che la comunicazione “virtuale” è costituita da perifrasi perlopiù vuote, che è bidimensionale e unidirezionale e che l’unico barlume di coscienza si sviluppa proprio attraverso l’AI di un sistema operativo qualsiasi.
Forse avranno sorriso leggendo o sentendo delle voci per cui device avanzatissimi come Alexa o Google Home siano in realtà orecchi che ci spiano e che proiettano il destino del mondo in una dimensione orwelliana da Grande Fratello: fa paura, ma fa comunque sorridere. Ha ancora un che di grottesco, forse di naïf: il tema dell’allucinante singolo che “traina” l’album, SmttnKttns, si rivolge proprio alla possibilità che un dialogo tra un essere umano e un dispositivo tecnologico possa contenere un che di empatico, quindi s’immaginano che l’AI declami una lettera piena d’amore e risentimento verso un proprio vecchio possessore («I miss your voice now»). Speak to Me segue la stessa linea: ritmi spezzati, cassa-rullante ipertrofici e sinistri loop in MIDI scandiscono il leitmotiv per tutto l’album, che si avvolge su se stesso creando un senso di straniamento. La spirale di Dormi ricorda composizioni sinfoniche destrutturate e calate in un contesto synthwave da film horror/paranormale, mentre la suite Sublimate adopera uno switch ritmico per raccontare le due fasi (passiva e proattiva) del sistema nervoso di plastica, una indulgente e grime-centrica, l’altra più sulla mappa di Negativland o giù di lì.
Ogni particella sonora di Twilight Splendour vive in una propria flora batterica in costante mutamento, è liquida e fugace, seppur a tratti suggellata in un cubo di vetroresina e qualche schizzo di sangue: il sax che squarcia le fessure, e il rigore estetico dell’album è una coltellata ad ogni passo che compie dentro a questo corridoio asettico e spigoloso; ogni piega sintetica ha un che di sinistro e corrotto, non di rigoroso e definito. Talvolta, pare di sentire urla ed echi di disperazione tra i solchi. Se Black Mirror fosse un album, sarebbe questo. Alla miscela c’è pure da aggiungere un senso di disillusione che immagino si respiri fortemente oltremanica: la Brexit ha ancora il proprio strascico nunziale calpestato dalle numerose voci artistiche (e non) che si sono levate per denunciare uno dei passi falsi più clamorosi della storia politica recente, e il sentore è che non ci sia fine al peggio. Nell’album si manifesta questo disagio sottoforma di un fantasma incerto, che ha a che fare con uno scarto di identità, o comunque l’inquietudine di non sapere più chi siamo e il ruolo che ricopriamo nello schema sociale – «I know you better than you know yourself», dice Beneath the Glass, che apre l’album tra ottusi loop di bassi da slot machine e lega il supporto immaginifico con quello estetico (la cover con quell’orizzonte ipercinetico e vivido come in un quadro fiammingo, come una tavolozza di colori saturi su Photoshop).
Forse è per l’innato black humour che permea quell’aria densa di umidità e polluzioni, forse sarà la pioggia, ma di inglesi così ispirati, lucidi e opportuni non se ne sentivano da tempo: Twilight Splendour è un piccolo capolavoro del contemporaneo, è un’opera totalizzante e immersiva al massimo che utilizza tutti i mezzi e i modi possibili per incarnare il lato più oscuro e mistificato del progresso – probabilmente, quello che abbiamo più timore ad accettare.
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