Recensioni

È un periodo in cui parlare (bene) degli Idles è (piuttosto) di moda. L’hype si porta sempre appresso un alone di diffidenza, come se ci si aspettasse da un momento all’altro lo squarcio di un velo di Maya che nascondeva il trucco. Fortunatamente, non è sempre così. E questi ragazzi lo dimostrano dal lontano 2009. Sì, perché le cose fatte bene non vengono fuori all’improvviso.
In questi dieci anni di carriera, il quintetto di Bristol ha pubblicato una lunga serie di singoli ed Ep prima di fare il passo decisivo e dare alle stampe il primo album soltanto nel 2017. Quando, però, è uscito Brutalism gli Idles non potevano fare altro che bissare quel successo con Joy As An Act Of Resistance, capace di portare il loro post punk nella top 5 dei dischi più venduti in Gran Bretagna.
In un long form scrivevo dell’epoca d’oro del revival post punk, ma, nello specifico, c’è una sottile linea rossa che lega il quintetto di Danny Nedelko ad Algiers e Savages: la musica è una parte del tutto, di un preciso manifesto e(ste)tico che comprende anche altre forme di comunicazione come saggi, pamphlet e letteratura. Joe Talbot, infatti, scrive con la moglie poesie che fanno da corollario ai brani della sua band, un gruppo che non disdegna istallazioni artistiche ispirate alle proprie canzoni.
Tutto questo è fondamentale per calarsi in A Beautiful Thing: Idles Live at Le Bataclan, molto più di un semplice disco live. L’album è allo stesso tempo l’esaltazione della potenza live degli Idles, la celebrazione di un’idea di musica profondamente radicata nell’impegno sociale e, soprattutto, la testimonianza che abbiamo bisogno dell’”altro”. Concetto che in epoca di muri, Brexit e porti chiusi assume un connotato politico chiaro, ma, allo stesso tempo, è molto più vicino al quotidiano se pensiamo alla tecnologia e a quanto stiamo perdendo il senso di condivisione in presenza.
Da questo punto di vista, il live alla famosa sala concerti parigina testimonia un grande rito di condivisione emotiva avvenuto il 6 dicembre 2018, a conclusione di un tour di novanta date. Sarà per questo che la band ricorda quella “grande sensazione di libertà” avvertita durante il live, resa possibile da un pubblico “ricettivo, rispettoso e comprensivo”. Messa così sembrerebbe di raccontare un concerto jazz. Ovviamente non è così.
Live at le Bataclan è stato accolto dalla stampa con toni entusiasti, molti dei quali fanno riferimento alla “catarsi”. Niente di più vero, lo si percepisce anche standosene col disco in cuffia nel proprio soggiorno o suonando il vinile su un piatto che va dal decente in su. Oltre alla musica – all’esplosione del ritornello di Nedelko, il basso pungente di Mother o gli schiaffi di Television – sono le parole di Talbot a lasciare il segno. Prima di Colossus, per esempio, invita il pubblico a prendersi cura l’un l’altro, mostrarsi reciprocamente amore e comprensione.
Se è diventato così facile parlare bene degli Idles, è tutta colpa loro. Perché al di là dell’hype, un gruppo così fortemente ancorato alla propria terra riesce a far cantare, saltare e sudare gente che del sistema sanitario nazionale o delle ferrovie britanniche sa poco o niente. Ma in quel preciso istante barriere geografiche e sociali non esistono più, perché, in fondo, “we’re all in this together”.
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