PREV NEXT
  • apr
    29
    2014
  • mag
    01
    2014

Album

Add to Flipboard Magazine.

Secondo un guardingo Guardian, la biografia documentata di Inga Copeland – ovvero, in realtà e con tutta probabilità, Alina Astrova – inizia quando, nel ’96 incontra Dean Blunt a Knebworth, a un concerto degli Oasis. Lui è attratto da Cast No Shadow cantata con un pronunciato accento russo, lei, che sbaglia le strofe, attacca bottone ed è fatta: i due iniziano un sodalizio umano e musicale che li porterà ad affiliarsi a Hype Williams, un confusionario alias per un altrettanto non ben precisato collettivo di cui fanno parte da circa il 2009, anno in cui esce il primo EP autoprodotto, High Beams. L’Ep è il primo di una serie di depistaggi sonori, il primo trip di una coppia che pastura, sia con sintetiche che strumenti, un allucinato post-punk che ha molto a che fare con l’ondata di produzioni hauntologiche fine noughties, e dunque con i ceppi sonici di Ariel Pink e James Ferraro. Poi per Copeland / Blunt arriva lo split e l’allontanamento da Hype Williams. Entrambi pubblicano separatamente un paio di uscite, lui il break-up album The Redeemer, con lei comunque ospite, e lei l’emblematico 12” Don’t Look Back, That’s Not Where You’re Going, più una collaborazione con John T. Gast e – non dimentichiamolo – il buon mixtape Higher Powers.

L’esordio di Inga Copeland, prodotto (seppur non dichiaratamente) sempre da Dean, risale invece al 2011 ed è qui che i fili con Maria Minerva, ovvero Maria Juur, si intrecciano. E’ un lavoro, che al pari della prima discografia della ragazza estone (che all’epoca è in stage da Wire Magazine a Londra), tira in ballo i TG, il dub e una certa mentalità elettronica. “E’ come se i Throbbing Gristle o Chris & Cosey avessero fatto il loro album r’n’b del XXI secolo” riporta Stefano Pifferi in coda alla recensione di Cabaret Cixous dello stesso anno, un parallelo ineludibile dal quale si dipanano due carriere in scacchiera, entrambe caratterizzate da un profondo estraneamento, eppure specchiate nel rappresentarlo. La dama bianca e la dama nera.

Maria Minerva punta da sempre a un’effervescente e colorata confusione di stili, generi e rimandi, il suo vocalizzo etereo e dreamy conferisce, fin da subito, uno smalto aereo alla sua musica; Inga Copeland, al contrario, preferisce rimestare nel torbido, si stordisce di joint e pastiglie, è terrigna, fangosa. Entrambe trafficano con un anemico concetto di incanto e bellezza, la prima lo infonde nella musica come profumo, la seconda come fugace squarcio di luce tra le nuvole su un cumulo di macerie a terra. Stanno in queste economie la principale forza della seconda e il primario difetto della prima. Il richiamo da sirena della Juur, al netto dell’effetto sorpresa e del bonario endorsment di Simon Reynolds che all’epoca, la inseriva in un interessante mazzo di ragazze da cameretta con le tastiere (vedi anche Laurel Halo, Stellar Om Source e pure Grimes), si risolve in una stilosa inteterminatezza. Non che a contrasto non siano stati escogitati dei rimedi: Maria Minerva è un progetto che è evoluto secondo traiettorie piuttosto comuni: gli arrangiamenti si sono aggiornati, lo spostamento a New York ha coinciso con un timido spostamento di dinamiche (PS le novità sono sempre sbilanciate sul fronte londinese) e, ciò che più conta, nei testi e nel portamento, Juur tenta la difficile strada della songwriter a metà tra ritmi (breakbeat, post-garage) ed smalti sintetici. Così se Histrionic, anche quando tenta la strada dell’alternative r’n’b, non è l’ingenua hipsterata che qualcuno potrebbe immaginare, rimane comunque un prodotto a metà del guado che la profonda solitudine della Juur riesce solo in parte a sbilanciare (e figuriamoci capovolgere).

La Astrova, all’opposto, non traduce alcuna tendenza, mette a fuoco una serie d’espedienti già affrontati negli EP precedenti, rimesta il tutto al servizio del solito, elusivo, gioco in sottrazione. Senza ansie da prestazione, l’ex Hype Williams sfrutta una culto costruito negli anni (Black Is Beautiful, per noi un classico anni 10) senza perdere di vista alcune glabre e alienanti necessità espressive. Assomiglia ad Actress in questo. E Darren Cunningham, in carne e ossa, è infatti presente in Advice For Young Girls, traccia il cui snippet era stato allegato nel messaggio di split degli Hype Williams su Soundcloud un anno fa.

La forza di Because I’m Worth It si basa su semplici accostamenti: tra torridi sibili e morbose drum machine si stagliano piccoli tocchi luminosi (Faith OG X) e qualche obliqua nota ai synth, su pennellate di ricordi, Inga taglia corto con secche tribalità, effetti cheap e qualche cartografia urbana londinese, scenari pensosi, pennellate grigio brit, ancora, Actress che guarda dalla finestra. Come per la Minerva degli esordi, il dub indica alcune piste; da altre parti un deragliato approccio Portishead porta a brandelli di canzone (Diligence, Inga, Fit1) minimo comun denominatore espressivo di un album di consistente fugacità, terribilmente affascinante in questo, sempre con una certa dose di imprevedibilità, dalle soluzioni povere ma nessuna dispensabile (7.2/10).

10 Giugno 2014
Leggi tutto
Precedente
Parquet Courts – Sunbathing Animal Parquet Courts – Sunbathing Animal
Successivo
Lee Fields & The Expressions – Emma Jean Lee Fields & The Expressions – Emma Jean

album

album

recensione

recensione

recensione

artista

artista

Altre notizie suggerite