Recensioni

Su queste pagine abbiamo affrontato varie volte il lavoro di Jacopo Incani. Ne abbiamo scritto in tempi non sospetti e oggi, con un pizzico di orgoglio, registriamo gli ampi consensi che stanno consacrando DIE come disco italiano dell’anno. Dal vivo, dopo averlo ascoltato in estate al Vasto Siren Festival dove, seppur posizionato in orario tardo pomeridiano, è stato uno dei concerti più seguiti e apprezzati del festival abruzzese, l’occasione di riascoltare Iosonouncane si ripresenta con un insolito tour acustico di poche date che arriva anche a Salerno grazie ai ragazzi del Festival Precario. Una scelta particolare per sugellare, in maniera intima e ricercata, un anno sicuramente da incorniciare.

Diciamolo subito: un disco corposo, solido e ricco di dettagli come DIE, spogliato da tutta l’elettronica self-made di Incani assume un sapore radicalmente diverso, per certi versi nuovo. Da solo sul palco insieme a Serena Locci, unica voce per le tante voci di DIE, e accompagnato dalla sola chitarra acustica senza alcuna loop machine, Incani è costretto a mettere per un attimo da parte tutta la complessità di suoni che caratterizza i brani dell’ultimo album, e il materiale viene fuori nudo e crudo nella sua straordinaria poeticità. A ricreare le suggestioni rumorose pensano le due voci, suggellando momenti tanto evocativi quanto intensi e rabbiosi.

Nell’incontro pomeridiano presso il Disclan Store, Incani stesso aveva ribadito ancora una volta la sua allergia verso la concezione politica, rassicurante e conservativa del termine “cantautore”, e anche in questa versione “nuova” chitarra e voce, passati gli equivoci del primo disco, sotto l’unico riflettore del Teatro del Giullare le associazioni possibili vanno tutte verso un Leo Ferré di scena all’Alhambra di Parigi. La scelta dei brani in scaletta da La macarena su Roma (Summer on a spiaggia affollata, Torino pausa pranzo, Il corpo del reato e la conclusiva Giugno), così come le due cover (Vedrai Vedrai di Tenco e Il cucciolo Alfredo di Dalla), ribadiscono tutto il connotato archetipico attorno a cui ruota il lavoro di Incani, la sua valenza musicale così come quella teatrale.

E se riaccendendo le luci in sala ci si accorge che anche quelle di DIE sono canzoni a loro modo cantabili, in questa nuova veste proiettate su testo e melodia, è vero anche che l’occasione di questo live alza un ulteriore velo su uno dei dischi dell’anno, scoprendolo nuovamente affascinante.

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