Live Report
Dal 23 luglio al 26 luglio 2015

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Il day after a Vasto è una Piazza del Popolo malinconicamente vuota e una Porta San Pietro che guarda il belvedere orfana delle barbe che si era ritrovata davanti per due giorni. Il Vasto Siren Festival si è appena concluso e la sirena può finalmente ammirarsi allo specchio compiaciuta, ripensando a quello che era alla vigilia: una grande scommessa, con tanti rischi e un enorme dubbio. La scommessa era quella di proporre in Italia – dove già mettere insieme delle persone a un concerto è sempre una piccola impresa – non una rassegna, bensì un festival, con un programma vario e più palchi da far suonare in contemporanea. Il rischio stava nel farlo in modo inedito e originale, proponendo una line up estremamente varia che unisse rock ed elettronica. Tutto insieme, facendo suonare Jon Hopkins dopo i Verdena o piazzando Sun Kil Moon sullo stesso palco di Clark, appena dopo Gazelle Twin. Il grosso dubbio, invece, era tutto rivolto a chi ascolta e consuma musica in un certo modo: esiste in Italia un pubblico interessato a una manifestazione del genere? Un pubblico che non partecipi (o almeno non solo) per l’headliner di turno ma per vivere un’esperienza musicale nuova, più ricca e dagli ampi orizzonti?

Partiamo dalla fine, ovvero da quella massa di persone – non tantissime a dir la verità, ma l’obiettivo non erano i grandi numeri – che si muoveva tranquilla, curiosa e assetata di musica tra un palco e l’altro. Questa seconda edizione del Siren Festival ha sciolto innanzitutto il quesito più grande: anche in Italia esiste un pubblico adatto e interessato ad un festival musicale come questo, un pubblico attento e divertito che passa dal “pogare” con i Verdena al ballare con Clark con naturalezza e libertà. Un pubblico esigente che ascolta interessato e che con ancora più trasporto si lascia condurre da quanto offerto. E veniamo quindi al rischio: tenere insieme due mondi tempo fa diametralmente opposti come rock ed elettronica ma che oggi continuano a influenzarsi, mescolarsi e riscriversi, è la scelta più audace, lungimirante, coraggiosa e decisa che l’organizzazione potesse fare. Sarebbe stato facile ovviare coinvolgendo solo nomi indie-rock, scimmiottando i festival più grandi, illudendosi che da un anno all’altro un Primavera casareccio fosse sbarcato sulla costa adriatica. Ma la sfida più grande del Siren è stata quella di creare una realtà che avesse una forte e precisa identità, una certa originalità nelle scelte e una dimensione a misura d’uomo. Una scommessa felicemente vinta grazie a un pubblico disponibile a farsi contaminare, ma anche a una città che ha vissuto per tre giorni immersa in qualcosa di inedito, in maniera coinvolta e attiva, a cominciare dai tanti ragazzi volontari che hanno lavorato con l’organizzazione.

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Passando alla musica, dovremmo dire di quanto sia stato intenso Sun Kil Moon, apparso meno scontroso del solito, e che, a parte i ripetuti inviti al silenzio prima di ogni brano, ha emozionato e commosso, lasciandosi andare anche a un’interpretazione di The Weeping Song dedicata a Nick Cave e al suo recente lutto. O magari dell’apertura sferzante ed urgente affidata a Iosonouncane o della bella sorpresa rappresentata dagli Is Tropical, che al pari di Clark hanno divertito e convinto, tra synth e chitarre post-rock i primi e percorsi sci-fi danzanti il secondo. Potremmo dire di un Jon Hopkins slittato di un paio d’ore a causa di un ritardo aereo e apparso un po’ freddino, di un James Blake che ha confermato le sue qualità funamboliche con un live ipnotico in grado di far ballare e mantenendo sempre i cuori al caldo, dei Verdena, sempre più in forma e apparsi meno compassati rispetto al tour invernale (ma che non hanno anticipato nulla dal Vol. 2 di Endkadenz), di un Colapesce che ha accusato qualche volume non bilanciatissimo, o magari delle suite cinematiche dei Pastels, delle agguerritissime Pins o dell’essenziale, disarmante fascino della poesia di Scott Matthew.

L’immagine di Vasto il mattino seguente, costretta a dare l’arrivederci al suo pubblico all’anno successivo, è tuttavia la conferma migliore che il Siren Festival ha funzionato, creando un enorme patrimonio da coltivare e preservare.

28 Luglio 2015
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