Recensioni

Quello che probabilmente è sfuggito a molti dopo una non affatto rilassata visione di Star Wars: L’ascesa di Skywalker è probabilmente la sottile visione di insieme di questa criticatissima “trilogia sequel”, che pure era lì ben in evidenza, sotto il naso di chiunque. Andiamo per gradi: Disney acquisisce Lucasfilm dalle mani di George Lucas (che sceglie personalmente Kathleen Kennedy in qualità di persona e personalità produttiva a cui affidare la sua creazione) e trova in J.J. Abrams il regista ideale per celebrare il ritorno di Star Wars al cinema dopo dieci anni di assenza, fatta di ricorsi alla psicanalisi per dimenticare la famigerata “trilogia prequel”. Dopo aver riportato in auge il franchise di Star Trek (2009), Abrams ripete l’incanto, ma stavolta gioca sul sicuro (il fandom lucasiano è tra i più estesi e coinvolgenti, ma anche tra i più tossici). Ne Il risveglio della Forza vengono quindi poste le basi per una storia che verrà articolata in tre nuovi film, sorretta da due personaggi all’apparenza agli antipodi: la sconosciuta Rey – potente nella Forza – e Kylo Ren, nuovo e temuto Sith, che scopriremo essere il figlio di Han Solo e Leia Skywalker. Riproponendo lo schema narrativo di Una nuova speranza, Abrams porta a casa il risultato, provvedendo anche a generare l’affezione di tutta una nuova schiera di adepti con cui instaurare un dialogo non solo metanarrativo (i due personaggi principali di cui sopra rispecchiano l’ambiguità adolescenziale e le scelte da compiere per un ingresso sempre più tardivo nell’età adulta nell’odierna società) ma anche meta-cinematografico (con i rimandi agli episodi precedenti e ad altre saghe successive nate proprio sotto l’influenza starwarsiana).
Ne Gli ultimi Jedi si tenta l’esperimento. È la Disney che entra prepotentemente all’interno della saga e del franchise e, contrariamente a quanto si potesse pensare, rischia, osa, insomma distrugge quanto costruito in precedenza per mostrare la vera natura di Star Wars, ovvero il suo essere un universo in continua espansione, dove nulla è stato dogmatizzato, ma al contrario tutto può e deve essere messo in discussione (non è un caso che proprio a Rian Johnson sia stato affidato il compito di supervisionare una nuova trilogia). Ma ancora una volta non ci troviamo dinanzi a qualcosa di inedito per la saga. Episodio VIII utilizzava a suo favore il fatto di essere un passaggio intermedio nella narrazione a tre film tornando quindi all’imprevedibilità de L’impero colpisce ancora (vero punto di riferimento di Johnson), al suo rinnegare l’episodio precedente (ricordate la storia di Anakin Skywalker “ucciso” da Darth Vader?) per ampliarne la portata narrativa, lasciando a L’ascesa di Skywalker il difficilissimo compito di dover chiudere il discorso, di tornare sui binari prestabiliti, proprio come fece Il ritorno dello Jedi.
Ogni trilogia di Star Wars è stata costruita attraverso un piano generale e resa il più coerentemente possibile sul grande schermo. In breve, ogni episodio è sia il capitolo di una storia d’insieme di cui si conoscono a grandi linee i passaggi nevralgici, sia il risultato degli esiti del precedente. Anche alla “trilogia prequel”, da molti accantonata fin troppo sbrigativamente, va riconosciuto il merito di aver traslato il discorso su un piano politico non trascurabile (sebbene anche qui la visione d’insieme sia andata modificandosi in corso d’opera, su tutte la questione midi-chlorian). Se quindi la “trilogia classica” compie un avventuroso viaggio ai confini della galassia per ribadire il concetto di speranza anche in un universo che sembra condannato al giogo imperialista (nella figura pura e non ancora contaminata di Luke), la “trilogia prequel” affronta un ragionamento affatto banale sul concetto di potere e di come questo possa corrompere anche coloro che ci appaiono come i difensori della libertà (i Jedi e i loro discutibili dogmi ideologici). Alla luce di quanto visto sul grande schermo fino al 2005 (tenendo fuori romanzi, videogiochi e quant’altro), la “trilogia sequel” imbocca un percorso analogo non solo – come già detto – per dialogare con la saga, ma anche e soprattutto con l’oggi.
Il risveglio della Forza, Gli ultimi Jedi e L’ascesa di Skywalker costituiscono tre tappe di un passaggio obbligato per qualsiasi adolescente in relazione al proprio mentore e/o figura di riferimento, sublimata nel personaggio di Ben Solo/Kylo Ren: la fase di ribellione dalla figura genitoriale, l’accettazione del fallimento dei padri e di un’intera generazione, la maturazione e la constatazione infine che l’errore è insito nella natura umana ed è parte integrante della vita. Sbaglia, quindi, chi afferma che questo nuovo trittico non sia stato in grado di fornire una nuova mitologia per una altrettanto nuova schiera di potenziali appassionati (evitiamo anche in questa sede di nominare il termine “dogmatico” di fan). Al contrario, ha offerto un sorprendente aggiornamento di una saga che non è mai stata uguale a se stessa, fin dal principio, spingendoci a definire questa appena conclusa come la “trilogia della scelta”. Scegliere di essere se stessi nonostante possa sembrarci assurdo (con Rey che accetta il suo essere una Palpatine), scegliere di disobbedire quando un cammino ci appare imposto a priori (Ben Solo che reagisce ai dubbi di Luke), scegliere di abbracciare tutto il ventaglio di emozioni umane (sia positive che negative) per avere piena consapevolezza di sé, del potenziale a disposizione. Scegliere, infine, di chiudere un ciclo che ha sempre avuto nel dualismo Skywalker/Palpatine la sua vera essenza (qui si abbraccia la teoria sulla nascita di Anakin voluta dall’Imperatore), un nucleo fondamentale perpetrato per ben nove film, quarantadue anni di storie in cui abbiamo versato lacrime, abbiamo gioito, ci siamo emozionati, sorpresi, adirati, e infine anche rattristati per una conclusione che sapevamo essere inevitabile.
A J.J. Abrams va quindi dato il merito di aver rispolverato l’interesse su una saga che sembrava ormai morta e sepolta (per mano del suo stesso creatore, tradito da quegli stessi fan che gli diedero tutto), così come di aver chiuso – probabilmente non nel modo migliore possibile (anche per cause di forza maggiore, come la morte improvvisa di Carrie Fisher o il poco tempo a disposizione dopo il licenziamento di Colin Trevorrow) – il discorso sulla storia degli Skywalker, fornendo le risposte necessarie agli interrogativi più urgenti e lasciando dei vuoti sugli altri, che lo spettatore potrà riempire a proprio piacimento, sfogando tutta la sua immaginazione. Ovviamente, fino al prossimo Star Wars…
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