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Con Jessie Ware ci eravamo lasciati non benissimo, ovvero con una seconda prova, Tough Love (2014), che sostanzialmente peccava nella scelta dei produttori, e che non era stata in grado di tessere nel migliore dei modi la tela sonora per l’ammaliante voce della cantante. Tre anni sono passati, e le novità per la ragazza trentatreenne londinese passano soprattutto per la sua biografia personale. Lo scorso anno ha avuto una figlia dal suo grande amore d’infanzia e partner Sam Burrows, annunciandolo qualche mese prima con un simpatico post sui social («Dropping this year, and it’s not the album X»). Va da sé che la nuova prova discografica, Glasshouse, sia stata – ehm – concepita in fretta e furia, in un periodo particolarmente impegnativo per la cantante, che ha voluto a tutti i costi concludere il lavoro prima di dare alla luce la bimba, richiamando a sé – nuovamente – una folta schiera di navigati collaboratori e produttori, tra cui l’onnipresente Benny Blanco e Cashmere Cat. E già la scelta della coppia di assi in regia – il primo, grande hit maker di gente come Katy Perry e Rihanna, il secondo passato, grazie all’aiuto proprio di Blanco, da Soundcloud remixer massimalista tutto emoticon e brokenbeat alla produzione dei massimi calibri dell’industria discografica, da Kanye West ad Ariana Grande fino a The Weekend – fa da specchio alla carriera dell’artista stessa, da sempre in bilico tra pose mainstream e spinte art-pop, musica potabile per il grande pubblico con vari spunti per farsi apprezzare da un pubblico più esigente.

Niente di cui stupirsi, quindi, se Ware è passata dal giro di SBTRKT e Sampha alle luci di X Factor UK senza mai riuscire a sfondare veramente ma, anzi, dando puntualmente l’impressione di essere lì lì per farlo ad ogni nuova mossa. La sua Say You Love Me, scritta assieme a un peso massimo come Ed Sheeran (oltre che dal sopracitato Blanco e Ben Ash), ne è un duplice esempio: le chart l’hanno esclusa dalla top 20; di converso, sul sopracitato talent il pezzo è stato snaturato e fatto a pezzi dai concorrenti, come da lei stessa ha raccontato in un’intervista dai toni quasi frustrati concessa a Spin. Il nuovo disco, con la (buona) scusa di raccontare la nuova vita della protagonista, cade ancora una volta nel mezzo, a metà del guado, e forse risultando ancor più manicheo. Proseguendo lungo le linee guida dettate da Tough Love, tra savoir-faire, romanticismo e un tocco di gospel, Glasshouse mantiene ancora in sospeso l’eterno dilemma su ciò che Jessie Ware possa rappresentare nel panorama musicale pop contemporaneo.

Il manierismo fa da padrone, nonostante fattori chiave del repertorio della Nostra, come energia ed emozione, non manchino di certo. Nei testi, che storicamente non hanno mai fatto davvero il paio con le infinite qualità vocali, la Ware racconta sé stessa immergendosi in diversi contesti e stati d’animo, parlando alla figlia («And I hope I’m as brave as my mother, wondering what kind of mother will I be»), ma anche raccontando storie d’amore arrivate al capolinea («Baby let’s be honest about this / There’s only room for one in your heart / So tell me darlin’, why are we like this?»). Tuttavia è interessante notare come l’apporto in fase di scrittura non sia – per l’ennesima volta – a totale appannaggio della cantante, che ha lavorato sul songwriting con diversi artisti come Paul Buchanan (frontman dei Blue Nile) e soprattutto Ed Sheeran. E proprio la presenza del capello rosso più famoso dello star system è utile come cartina di tornasole di un disco che va alla ricerca di una perfezione pop non ancora raggiunta, che mantiene tutt’ora l’artista in una poco invidiabile zona d’ombra del vorrei ma non posso, rendendo di fatto il terreno poco fertile per tirare fuori dal cilindro la nuova Wildest Moments del caso (che nei crediti vede anche Kid Harpoon).

Stessa faccenda per la produzione, curatissima, e che persiste nello smussare quegli angoli soul pop in chiave gospel che da troppo tempo portano la Ware a restare incastrata nelle sue sabbie mobili. Tutto suona – radiofonicamente – bene, anzi benissimo, ma davvero nulla di nuovo sotto il sole, se non i soliti tepori r’n’b e le soffici nuvole gospel soul da retromania anni ’80 che vanno a pescare tanto da Beyoncé (Midnight) quanto dalla nostalgia caramellata di Sade ed Annie Lennox (Slow me Down), ballatone strappalacrime (Alone) e qualche virgola elettronica. E se gli episodi piacevoli non tardano ad arrivare, vedi il synthpop sbarazzino di Your Domino (forse il brano più radio friendly del lotto), le tiepide esplorazioni latine di Selfish Love e la già citata Midnight non bastano per dare all’opera quello slancio in più: non un’incertezza, non una singola nota fuori posto che riesca, anche in sottrazione, a rendere immediatamente riconoscibile il disco. E visto il talento cristallino di Jessie Ware, che non abbiamo mai smesso di tirare in ballo, viene quasi da irritarsi. Come una bellissima casa di cristallo che si rivela un castello di sabbia.

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