Recensioni

6.4

Collocare un’artista come Jessie Ware all’interno del contesto musicale odierno non è per nulla facile. Trentenne da pochissimi giorni, la cantante londinese non può essere certamente inserita nel panorama pop da alta classifica, troppo raffinata e a tratti ricercata sia musicalmente che vocalmente per essere accostata alle varie Katy Perry, Lady Gaga e compagnia bella, ma neanche nel cosidetto parterre mainstream indie, soprattutto dopo le vendite del debutto Devotion, che si è aggiudicato la posizione numero cinque della Uk Chart senza alcun singolo piazzato in top 30. Jessie Ware potrebbe tranquillamente essere la ragazza della porta accanto, semplice, dai lineamenti delicati, che troppo va a cozzare con l’immaginario della pop star odierna, sensualissima, ammaliante e in qualche caso anche volgare. Una voce di rara magnificenza, in grado di competere a qualsiasi livello, eppure ancora senza quel qualcosa di speciale tra testo ed interpretazione.

In un 2014 che l’ha già vista partecipare a fianco di Katy B (Aaliyah) nell’ottimo Little Red, e richiamata per l’ennesima volta alle armi da SBTRKT (Problem Solved) in Wonder Where We Land, per la Ware è arrivato il momento della seconda prova, accompagnata questa volta da un hype meno sostenuto dell’esordio. Colpa forse di una promozione del disco a tratti invadente, con la condivisione nei vari canali ufficiali di ben sette tracce (di cui due videoclip) nell’arco di appena due mesi: più della metà della tracklist era già conosciuta dagli ascoltatori ancor prima che l’album venisse pubblicato.

Proprio come in Devotion, Ware ha deciso nuovamente di circondarsi di una folta schiera di produttori, alcuni dei quali già presenti nei credits dell’esordio, come Dave Okumu degli Invisible, Julio Bashmore e Kid Harpoon, altri nuovi come il duo Benzel – composto da Two Inch Punch e Benny Blanco, già al lavoro con pezzi grossi come Rihanna e la già citata Katy Perry -, Miguel, James Ford e Nineteen85. Con una lista così lunga di producer (non siamo a livello di Yeezus, ma sono comunque molti) l’impressione – paradossalmente – è che manchi qualcosa.

Il lavoro dietro le linee vocali è sì preciso, quasi impeccabile, ma non fa null’altro che stendere il tappeto rosso alla cantante, invece di accompagnarla a braccetto e magari anche scavalcarla quando serve. Vengono inseriti eleganti battiti per dare il senso di pulsazioni interiori come solo il soul bianco può fare (la title track), oppure leggeri synth per rinforzare basi ritmiche altrimenti eccessivamente scarne (Cruel) e morbide quanto ridondanti percussioni. Grande delusione arriva da una Pieces dai toni semi orchestrali, che vede la mano di un certo Emile Hainye, richiestissimo dall’ambiente hip hop e non solo (spiccano Eminem, Lana Del Rey e FKA Twigs). Ci mette del suo anche la stessa Ware, che in Say You Love Me – con l’apporto in fase di scrittura dell’enfant prodige Ed Sheeran – scende in timidi tentativi di imitazione di Whitney Houston. Per carità, parliamo di un album tutt’altro che pessimo, e lo dimostrano le ottime Sweetest Song e Keep On Lying, quest’ultima con Julio Bashmore, forse il più “musicista” dei producer nominati, boss della Broadwalk e navigata figura dell’house britannica con numerosi lavori a livello solista e anche di side project in coppia (vedi Ekranoplan).

Jessie Ware sembra quasi incutere timore a chi dovrebbe tesserne la tela, eppure a tanta sobrietà non ha saputo opporre un album di singoli radiofonici o dalla incisiva autorialità (o un bilanciamento di entrambi questi aspetti). Proprio come è accaduto all’ultimo Taiga di Zola JesusTough Love rischia di rimane intrappolato in uno stato di vaghezza artistica a cui avremmo preferito una strategia più laterale, come quella utilizzata per il Blank Project di Neneh Cherry prodotto da Four Tet. Anzi, come vi immaginereste la Ware cantare sulle basi di James Blake?

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