• mag
    19
    2017

Album

Planet Mu Records

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Aphex Twin che suona in anteprima un suo brano allo scorso Day For Night di Houston (grazie al probabilissimo gancio di Mike Paradinas che la pubblica anche questa volta sulla sua Planet Mu), Wayne McGregor che la vuole per la soundtrack del suo ultimo lavoro, Autobiography (che debutterà in ottobre), il compositore di Disintegration Loops, William Basinski, che le regala uno dei suoi frammenti sonori (che finiscono in Holy Child) spendendosi in generosi complimenti, e la lista potrebbe continuare ancora, citando ad esempio Holly Herndon, che ritroviamo anche in questo nuovo disco (il brano ironicamente si chiama 1%) o lo stilista Rick Owens, che le aveva commissionato, già nel 2014, la sonorizzazione di una sua sfilata autunno inverno, fino al ballerino e performer Avril Stormy Unger, con il quale da un paio d’anni si è consolidato un proficuo rapporto artistico.

Quella di Jlin, per una volta, è una storia populista di quelle buone, in perfetto stile anni ’80, con l’operaia dell’acciaieria di un’anonima – se non fosse per i natali della famiglia Jackson – provincia americana – Gary – che ora vive decentemente di musica tra USA e India, gira ai quattro angoli del globo suonando un po’ ovunque (da musei ad importanti festival musicali), dopo che il suo album d’esordio, il formidabile Dark Energy, è finito ai vertici delle classifiche di fine anno, e non solo tra le colonne del telefonato Wire ma anche in quelle di Pitchfork e del New York Times.

Ai tempi dell’esordio affermavamo che Jerrilynn Patton e il compianto Dj Rashad andavano apprezzati per la quadratura (anche postuma, vedi 6613) dei rispettivi cerchi e per aver portato l’ostica e (iper)cinetica footwork oltre se stessa, tenendola comunque inchiodata ai suoi 160bpm, che sono poi gli stessi della jungle e della d’n’b. La laison tra i ragazzi d’Albione e i maggiori rappresentanti di una scena fieramente chicagoana legata al ghetto e funzionale al ballo per (impossibili) mosse di danza nasce proprio da qui, ma quella della Patton è una storia un po’ diversa, non solo geograficamente (Gary è a 40 chilometri dalla metropoli dell’Illinois) ma anche a livello di portato complessivo dell’opera. Black Origami rischia fortemente di essere la cosa più bella successa all’intera scena dai tempi di Double Cup, ma vederla unicamente all’interno di questo steccato sarebbe come farle un grosso torto, visto il metodo (solo campioni originali, mai da dischi altrui), l’approccio (davanti ad un PC, lontano dalla scena dei ballerini di strada), le citate collaborazioni (anche in area HD) e la distanza anche mentale con la quale è stato concepito il disco d’elettronica virtuosa, celebrale e solipsistica più potente degli ultimi anni. Rispetto all’esordio, che era già faccenda seducente ed intricata in equilibrio tra oppressione e rivalsa, resistenza e controllo (con i suoi contorni politici, il sarcasmo e quella viscerale energia oscura), la seconda prova è ancor più focalizzata, varia, globale e avvincente, eppure con un cuore pulsante ancora così footwork. Spuntano riferimenti tanto alle marching band da boot camp americano quanto all’amata India (Punjab?), all’Africa e al medio oriente. Ed è un continuum festante/stordente che non ti molla dall’inizio alla fine, grazie a un gioco di equilibri e dinamiche febbrili, un quadrilatero di forze centripete di ritmo, bassi, synth e lallazioni vocali (Juke), un compasso a disegnare cerchi su un foglio con inafferrabile morbidezza.

I ritmi sono fragrantemente tribali, cubisti nel loro frapporsi obliquo a lame sintetiche (c’è persino un hoover sound) e gocce di voci vetrose (fornite in Calcination da Fawkes, artista legato alla label di Rabit Halcyon Veil). Viceversa i bassi fanno da grancassa, rintocco, compensazione, a seconda dell’intuito e della necessità d’incastro o della piega da dare alla carta (vedi l’origami della copertina). Il playground? Un dubl fas di caldi e freddi, texture tattili fatte di ciò che banalmente associamo ad una pagana tribalità, il tutto scomposto e ricomposto, ricamato da una lucida follia di campanellini …eppoi, tom rullanti, tocchi e rintocchi, tamburelli lavorati in parallelo assieme a batterie sintetiche, Hi Hat ridotti a ronzii che tagliano l’aria da più direzioni. Immaginate di leggere la scansione di un disco di M.I.A aspirato chirurgicamente e messo sottovuoto. Un volume deformabile che ruota altezza uomo davanti ai nostri occhi per 45 entusiasmanti minuti.

E’ un ascolto intensissimo quello di Black Origami, che muove giant steps fuori dal ghetto per trovare le sue aderenze con un jazz visceralmente afro(americano) dalle parti dell’Agharta di Davis (o da quelle di certo Jeff Mills). E così un cerchio che nel perimetro più interno racchiudeva un processo creativo meticoloso e solipsistico fatto delle passioni di sempre (matematica, fisica e archeologia), e da sempre rifugio sicuro da un mondo fatto di bullismo e di soprusi, si allarga a dismisura per includere qualcosa di più grande ed artistico nel senso più autentico e pieno del termine. Scorrendo le tracce del disco, anche solo i titoli dei brani offrono nuovi spunti per comprenderlo: Never Created, Never Destroyed, come dire nulla si crea e nulla si distrugge, ancora la metafora legata alla fisica, il footwork come energia in trasformazione, traccia che fa il paio con la coda del disco, Challenge (To Be Continued), la sfida che non finisce qui. E ti spinge a rimettere il disco da capo, ancora ed ancora.

18 maggio 2017
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Jlin

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