Recensioni

L’immortalità, John Carpenter se l’è ampiamente guadagnata con la sua attività nel mondo del cinema (in stop dal 2010 di The Ward). Proprio per i suoi film, però, il regista americano ha quasi sempre scritto persino le relative colonne sonore, applicandosi alle trame elettroniche come un autentico punk del sintetizzatore analogico – e finendo in conclusione per creare un canone stilistico anche a livello musicale. Ed è dal 2015 che, a parte la composizione di Halloween: Original Motion Picture Soundtrack, titolo diretto da David Gordon Green ma appartenente al franchise da lui generato, The Master Of Horror ha inaugurato un’ulteriore avventura, quella della stesura di brani per pellicole in realtà non esistenti, mai girate, proiettate soltanto dalla sua fantasia a quella degli ascoltatori. A Lost Themes, ottimo e a suo modo sorprendente, aveva così fatto seguito un anno dopo Lost Themes II, supportato addirittura da un tour.
Adesso siamo arrivati a Lost Themes III: Alive After Death, il primo capitolo provvisto di un sottotitolo, e il copione in sostanza non cambia: la principale novità è che, sin dall’immagine di copertina, l’apporto del figlio Cody e del figlio acquisito Daniel Davis, figlio invece di Dave dei The Kinks, è adesso formalizzato in tutto e per tutto. Lost Themes III: Alive After Death, insomma, è il lavoro di un trio, che asseconda non a caso un sound delle chitarre fattosi via via più marcato (si ascolti il riffarama filo-metal in nonchalance di Vampire’s Touch o The Dead Walk), frutto delle jam session collettive. Il rock per il maestro Carpenter è un fatto di famiglia, oltre che un divertimento. Il divertimento che è diventato più arduo probabilmente rintracciare nel sempre più complesso settore della celluloide.
Tra minimalismo e richiami kraut, con quell’epica vecchio stampo affine ai Goblin dei Settanta/Ottanta, qualche divagazione a lambire territori prog sinfonici e una ritmica digitale qui e là più sospinta, i tre mettono in note il loro personale B movie fatto di morti viventi, fantasmi piangenti, sangue gocciolante, occhi spenti, vampiri, cimiteri, scheletri e ossa, buio pesto (roba da niente, comunque sia, in confronto alla putrida malvagità del mondo extra-schermo). Vale d’altronde la pena guardare subito i titoli dei pezzi in scaletta, da leggersi a tutto volume nel drive-in dei sogni, tra momenti di apparente pacificazione, quando il jumpscare è dietro la curva (la medesima Alive After Death, Carpathian Darkness), ed eroiche cavalcate dritte verso la bocca dell’Inferno (Weeping Ghost, Skeleton).
In questi stranger times consacrati alla serialità, Carpenter ha più o meno volontariamente messo a fuoco la Cosa, la propria personale maniera di replicarsi di episodio in episodio, killer sequenziale delle soundtrack più terrorizzanti in circolazione, infallibile marchio di fabbrica di se stesso. Lost Themes è una saga: sapete quel che andrete a ritrovare al suo interno, che è poi il motivo per cui vi ci fiondate, uscendone ogni volta più dipendenti che mai.
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