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Non c’è alcun dubbio che l’epoca in cui viviamo sarà presto o tardi ricordata come l’era della nostalgia; un po’ tutte le arti, dalla musica al cinema fino alla moda, stanno richiamando alla memoria un passato glorioso (ma non così glorioso) che pure nelle menti dei cosiddetti millennials viene trasfigurato in una sorta di golden age irreale e pericolosa. A questa allucinazione collettiva faceva diretto riferimento John Maus, che con il suo Screen Memories intendeva sì cavalcare l’onda dell’effetto nostalgia e adagiarla su una struttura synth-pop che evocava Carpenter, Devo e persino i Joy Division, ma con un avvertimento a metà tra il serio e il giocoso che intimava il fiato corto di tutto questo baraccone, ombra della vera creatività.
Eppure il musicista del Minnesota ha trovato proprio in questo preciso periodo storico e in questo solco nostalgico la sua vena più riuscita, dando vita a un corollario di suoni e suggestioni che rimandano al passato, ma lasciavano anche intravvedere una strada diversa per il futuro, meno schiava della tradizione, più libera di sperimentare. A pochi mesi di distanza arriva quindi Addendum, che come suggerisce il titolo stesso sembrerebbe proprio un’aggiunta, una coda posticcia a Screen Memories, se non fosse che all’ascolto l’ispirazione appare fin da subito più libera, meno imbrigliata da certi schemi studiati a tavolino. Dodici tracce che immergono l’ascoltatore in un flusso (canalizzatore) capace di farci “tornare al futuro”, che intreccia Ariel Pink (nella psichedelia al neon di Privacy) e teletrasporta ai giorni nostri Oswald von Wolkenstein (Drinking Song), mentre su tutto il progetto aleggia un sentore ansioso di minaccia incombente (Running Man), la cui unica soluzione sembra solo una fragorosa risata. Rispuntano nuovi echi del passato, quello del musicista appena prima di un’agognata liberazione, e un ritrovato senso di pace, anche se funereo (Second Death). Le coordinate fittizie le dà la rimaneggiata 1987, che insieme alla conclusiva I Want to Live sancisce la retromania ossessiva del disco anche verso il suo stesso autore (essendo questi ultimi due brani già apparsi nel 2003).
Su tutto Addendum, in definitiva, serpeggia un sentimento goliardico ancora più marcato che in Screen Memories (lo sa bene chi ricorda quel frammento d’ilarità che era Pets), sintomo dell’intelligenza del suo autore qui mai messa in dubbio e da non confondere con una pretestuosità del tutto fuori contesto. Un tappeto sonoro avanguardistico supportato da balletti immaginari che prendono vita nella mente dell’ascoltatore (o nei suoi ricordi), che proprio quando si immerge nel suo lato più comico (la goblinana Dumpster Baby), muta, cambia pelle e acquisisce connotati inquietantemente affascinanti e familiari (come le chitarre impazzite alla fine di Outer Space). Ma cosa volete saperne dello spazio inesplorato? John Maus ha attraversato lo schermo per raccontarcelo.
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