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    04
    2018

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Domino

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Jon Hopkins sembra mettere d’accordo un po’ tutti: dal raver in cerca di una spinta un po’ più intellettuale e sublimante all’ascoltatore di musica classica aperto al nuovo che avanza, dal nerd dell’ambient al matusa reazionario in disperata ricerca di brezze più ggiovani come Camillo Langone. Proprio l’opinionista del Foglio sicuramente dà la paga al sottoscritto in merito a selvaggina, liturgia e apologia dell’analfabetizzazione femminile, ma poi capitombola sul più bello contrapponendo al “puzzone di moschea” Ghali l’elegantissimo, europeissimo Hopkins. Che invece nelle ultime interviste racconta di come questo album sia nato non in algidi e teutonici loft di Berlino, ma anzi andando in ritiro spirituale in una sorta di comune olandese con i proverbiali funghi allucinogeni a portare consiglio.

Non che questo abbia trasformato Singularity in Hosianna Mantra o nel disco di un krautrocker 3.0 alla ricerca della visione celeste o dello sballo perduto, sia chiaro. Però è evidente che dal «ritratto di una gioventù post-rave raccontata attraverso un’epica night out» (per citare il nostro Bridda) del precedente Immunity il focus si è ora spostato verso un afflato più cosmico e vagamente new age. Meditazione trascendentale e terza stagione di Twin Peaks quindi, per una trasumanazione perseguita non più tanto con la potenza catartica del ballo (comunque presente), quanto piuttosto attraverso un percorso di miglioramento personale e spirituale dall’interno al superiore. Detto in soldoni, è il disco di un inglese che medita e alza lo sguardo al cielo, rendendosi conto di quanto siano piccoli gli umani problemi dinnanzi all’immensità della volta celeste. 

Sembra troppo naivè? Probabile, ma l’album ancora una volta funziona e rappresenta la conferma di quella cifra autoriale che con tanta forza si era imposta con Immunity. Il quale restava un Bernini di asettica e calcolata perfezione, talmente bello da risultare inarrivabile e proprio per questo un po’ freddino. In questo senso, poco o nulla cambia. Ma l’estetizzante e abbacinante bellezza propria del demiurgico e inappuntabile calcolo, dell’osservazione non accompagnata dalla partecipazione, resta. Scopre anzi nuove forme, come nel caso del celestiale coro angelico di Feel First Life. Un elemento che resta però svincolato da qualsiasi connotazione religiosa o liturgica in sé. È puro incanto, e come tale funziona.

Il ballo comunque rimane, e non potrebbe essere altrimenti (come lui stesso ricorda). È un bisogno innato e radicato nell’essere umano, e che probabilmente non potrà mai essere definitivamente sopito. Ma qui, come suggerito dalla progressiva rarefazione a metà di Everything Connected, anche durante la danza lo sguardo si alza continuamente verso il cielo. Osservandone la bellezza e godendone, senza emozionarsi troppo.

4 Maggio 2018
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