• giu
    03
    2013

Album

Domino

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Nel 2009, all’altezza del terzo album Insides, avevamo puntato il dito sulla fredda perfezione formale di un producer cresciuto a pane e Brian Eno e, grazie a lui, giunto a una rapida fama sia tra gli addetti ai lavori (innumerevoli remix per gente come David Lynch, Four Tet, Wild Beasts, Nosaj Thing e Purity Ring), sia nel giro dei bookmaker dei festival (citiamo doversamente il supergruppo live Pure Scenius attivato sempre da Eno con Karl Hyde, Leo Abrahams e The Necks esibitosi al Luminous Festival e al Brighton Festival tra il 2009 e il 2010).

Seguiva una soundtrack, Monsters del 2010, nominata per un Ivor Novello Award come migliore colonna sonora originale e una stravagante quanto riuscita collaborazione folktronica con King Creosote, Diamond Mine del 2011, poi una pausa per dar spazio e corpo a una nuova prova in solo che, fin dalle note stampa, si presenta oggi come una bestia se non rivoluzionata nei fini, senz’altro rinvigorita nelle fondamenta.

Hopkins rimane sempre quel serio architetto d’ambienti figlio tanto di Sir Brian Peter George che del Trent Reznor in licenza cinematografica (l’influenza di The Social Network è palpabile), ma riproporre da una parte l’idm minimal di James Holden e dall’altra certe progressioni del Caribou altezza Swim rispolverando, nel contempo, certi trick glitchy di stampo berlinese, giova a una formula che regala inedite soddisfazioni sin dall’iniziale uno-due di We Disappear e Open Eyed Signal (un singolo e anche videoclip che pare uscito da The Idiots Are Winning).

L’obbiettivo di Immunity è il ritratto di una gioventù post-rave raccontata attraverso un’epica night out, un obbiettivo abbordabile ascoltando l’ipnotica potenza dei migliori episodi della tracklist (molto valida una Breathe This Air tra hi hat garage, progressività analog-tech, filtri e tagli sul mix ben fatti e lead theme classico al piano, come anche una Collider che rimanda alla migliore Bpitch Control), una meta ancora lontana per chi, come Hopkins, calibra eccessivamente i tempi tecnici dell’emozione non accompagnando l’osservazione alla partecipazione.

Nella seconda (più pacata) parte del lavoro e, in particolare, nel finalone omonimo con King Creosote in versione islandese al canto, il concorso di struggimenti per piano, field recording e synth “dronati” in zona The Album Leaf è il solito, abile, esercizio di stile, questa volta più accorato e generoso che mai fin dagli eccellenti ceselli drone alle analogiche. Un contraltare appropriato anche se meno appagante degli episodi più corposi, la vera polpa di un album che non può considerarsi necessario ma, di fatto, riuscito, ovvero un successo annunciato di un bravo compositore che può ancora giocarsi molto in senso autoriale (anche se il riserbo, in questi casi, è d’obbligo).

13 maggio 2013
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