Recensioni

7.3

In molti, nel 2011, rimanemmo rapiti, intrappolati in quella rete da pesca dell’impressionante debutto Gentle Spirit, all’insegna di uno psychedelic folk dai tratti intimisti. Non era semplice immaginarsi quale sarebbe stato il passo successivo, ma era già chiaro che da un autore come Jonathan Wilson non sarebbero arrivate fotocopie sbiadite e ingabbiate in formule precostituite: se il cuore del nuovo Fanfare batte a Laurel Canyon, e se è vero che la forza e l’eleganza sprigionate dalla proposta del trentottenne songwriter del North Carolina è pienamente riconducibile a un’epopea che parte da Crosby, Stills and Nash (il primo e il terzo sono graditissimi ospiti nella delicata Cecil Taylor, omaggio al pioniere del free jazz, e Nash compare anche in Moses Pain) a Joni Mitchell, si assaporano aromi e si annusano profumi pinkfloydiani, così come di un robusto rock figlio di Neil Young e dei Crazy Horse (un’influenza evidente in Illumination) e del cantautorato di Elton John (è stato utilizzato un pianoforte Steinway, noleggiato per le registrazioni) e di Roy Harper, che qui firma il testo di New Mexico e che con Wilson ha da poco lavorato per lo splendido Man & Myth.

Fanfare è un titolo eloquente, ambizioso tanto quanto l’opera stessa: Jonathan osa, contamina, sperimenta, guarda a un passato glorioso e non solo non cerca in alcun modo di nasconderlo, ma espone fiero le sue radici e le sue passioni senza infingimenti in un album suonato per davvero, con canzoni lunghe che percorrono spesso traiettorie imprevedibili – come Dear Friend, che parte con un tenue accenno di valzer e procede con tinte prog dal fascino spigoloso. La dimora in cui siamo ospitati profuma di legno nuovo, di foglie essiccate, ed è confortevole e calda come l’autunno anomalo durante il quale è arrivato sugli scaffali questo lavoro eclettico e corale, ultimato dopo nove mesi grazie al fondamentale apporto di un gruppo di amici musicisti di primo livello, come Josh Tillman (noto anche come Father John Misty) che presta la sua voce nelle armonie di Future Vision, e Jackson Browne che non solo ascoltiamo in Moses Pain e in Desert Trip, ma che è anche il proprietario del Groove Master Studio a Santa Monica in cui l’intero disco (un doppio LP, per i cultori del vinile) è stato mixato. Pat Sansone (Wilco, The Autumn Defense) contribuisce, con la direzione degli archi, a creare un suono pastoso, un letto leggiadro in cui la melodia della title-track si adagia, con l’intervento complice anche del sassofono di James King – in bella mostra pure nel funk morbido, giocoso e marpione al punto giusto di Fazon, cover piuttosto fedele all’originale dei Sopwith Camel, band di culto della scena psychedelic-rock di San Francisco.

Registrato totalmente su nastro analogico con apparecchiature vintage, Fanfare è la piena dimostrazione che è possibile agganciarsi alla storia del rock senza per forza limitarsi a pastiche passatiste: non c’è una caduta di tono, le canzoni di Wilson sono ricche ma mai pacchiane, scomodano padri nobili riplasmando il tutto, intelligentemente, con un occhio al presente. La girandola di citazioni va da una sponda all’altra dell’Atlantico e comprende la palese adorazione per If I Could Only Remember My Name di David Crosby e per Pacific Ocean Blue di Dennis Wilson, echi lennoniani in odore di ELO nella ballad Future Vision, il Bob Dylan tagliente nel timbro un po’ nasale di Love To Love (semplice e dall’ottimo tiro, un potenziale singolo), il Bob Seger placido cantastorie in Moses Pain, Jerry Garcia e persino lo Steve Winwood delle ultime prove soliste all’insegna del back-to-basics nella jam della seconda metà di Lovestrong. C’è di tutto, in Fanfare, ma ciò non implica che non emerga, alla fine dei quasi ottanta minuti di ascolto, un’identità riconoscibile.

Il secondo album di Jonathan Wilson, pur non privo di occasionali pecche (il consiglio è di assaporarlo un sorso per volta, con delle opportune pause, come i doppi album di un tempo), riesce a non essere una celebrazione accademica e dimostra che c’è ancora posto, nel sempre più competitivo e frenetico music business, per musica autentica, vibrante, scritta e suonata con rispetto e sentimento, dall’eccellente qualità del suono, in grado di conquistare un pubblico trasversale. Non suoni insolente la copertina con il particolare della Creazione di Adamo di Michelangelo: Fanfare è un’opera d’arte con tutti i crismi, un tributo vivo, un lavoro di paziente e meticolosa archeologia moderna. In sintesi, uno dei dischi più memorabili di questo 2013.

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