Recensioni

TOP
7.3

Quando apparve sulla scena indie newyorkese – anzi di Brooklyn, per essere più precisi – non sapevamo bene come inquadrare questa ragazza che arrivava dal Midwest, cantava mandando in loop la propria voce, voleva apparentemente fare di se stessa un coro angelico, ma contemporaneamente flirtava con atmosfere folk, new-age e, in generale, con una inclinazione estatica e sacrale che attraversa da sempre questi generi musicali (e non solo) come un fiume carsico.

Se la guardavi dal lato dell’indie puro, come abbiamo fatto anche su queste colonne, ti sembrava un oggetto informe, potenzialmente supponente. Se la guardavi dalla prospettiva della sperimentazione e della composizione, ti sembrava ingenuo e semplicistico. Che The Magic Place, il disco per Ashmatic Kitten che l’ha rivelata, fosse ancora testimonianza di un percorso musicale non del tutto formato, non si può negare, ma Julianna Barwick è apparsa subito come voce originale, personale e complessa. Lo ha confermato nei successivi Nepenthe e nell’ancora migliore Will, che quattro anni fa ci ha mostrato più compiutamente la sue capacità compositive, sostenute da un lavoro sulla strumentazione e sulle tecniche di registrazione e manipolazione sonora che ne hanno fatto un’opera finalmente a fuoco. Eppure percorsa di nervosismi dell’anima, inquietudini esistenziali, che potevano risultare per certi versi disturbanti come un piacere che nasconde in sé un certo dolore.

Ora quel dolore sembra essere messo un po’ più da parte, dopo un cambio di residenza da New York a Los Angeles che ha significato taglio netto con un periodo di frustrazioni sul piano personale, una nuova relazione e una rete di amici musicisti con i quali costruire una convalescenza dell’animo e progressivamente guardare a nuovi orizzonti. Il processo è il racconto implicito di questo Healing Is A Miracle che è esplicitamente una nuova partenza. A dare sostanza c’è la collaborazione con l’amico Jónsi (che duetta nel singolo promozionale In Light), il tocco di Nosaj Thing  (che produce la sospesa conclusiva Nod, che sa di newjazz deformato), l’arpa di Mary Lattimore (che in Oh, Memory si introduce negli interstizi del piano suonato dalla stessa Barwick). È soprattutto l’apporto del frontman dei Sigur Rós a mostrare in modo chiaro che la strada imboccata una quindicina di anni fa non era un vicolo cieco: la musica di Barwick può alimentarsi di altre esperienze musicali senza tradire la propria natura. In Light potrà apparire forse un po’ troppo Sigur Rós, ma lo è soprattutto per il timbro riconoscibilissimo di Jónsi, non per le strutture sulle quali si posa. Che sono – e si trattava di un riferimento che gli appassionati indie faticavano a cogliere nel 2011 – più vicine alla musica corale di un compositore contemporaneo molto interessato al sacro come Arvo Pärt e all’idea di natura sacra di un Josh Rutter. Ne emerge una stasi tutt’altro che immobile, come se dentro le composizioni di Barwick si annidasse una tensione inquieta, ma ora più pacata che in passato, che produce significati nutrendosi dell’estasi di fronte alla natura, al sacro, all’indicibile.

Nemmeno questo, come il precedente Will, è un disco per ogni momento, per ogni giorno. Ma è sicuramente quello che chiude definitivamente il cerchio sul fronte della composizione, lasciandoci la mezz’ora di musica migliore e più matura che finora Barwick abbia prodotto.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette