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Dopo un tentativo riuscito a metà di costruire brani con la collaborazione di altri musicisti, la violoncellista e artista con base newyorkese torna con il quarto disco a una visione più solitaria della composizione e dell’artigianato musicale. Se Nepenthe poteva sembrare un tentativo di instradare su nuovi binari la propria vena compositiva, Will ritorna a lavorare principalmente su voce e pedal loop come in The Magic Place, un disco che al momento della pubblicazione ha forse ricevuto un trattamento troppo sbrigativo, come se fosse l’ennesimo act hipster che usciva dai flat di Brooklyn.

La connessione con il lato magico, sovrannaturale con il primo disco, è qui però messa a fuoco su un livello nuovo, finalmente del tutto consapevole delle coordinate in cui si vuol fare crescere e germogliare i suoni. Le nove tracce di Will sono costituite solo dalla reiterazione di brandelli vocali privi di una melodia precisa, mandati in loop, sovrascritti, sovraincisi, campionati su sintetizzatori di poco prezzo e puntellati solo raramente da una linea di pianoforte e qualche suono ambientale. Come per Tim Hecker o Teho Teardo, grande importanza ha il riverbero nella costruzione delle atmosfere, come se si trattasse di una musica architettonica.

Il che porta direttamente all’altra grande colonna portante di tutto il disco, quella tensione sacrale del canto liturgico che la Barwick ha praticato nell’infanzia. Questi brani, quindi, sono chiese, cattedrali della volontà: spesso contrastate, raramente davvero accoglienti, come luoghi della musica e dell’animo caratterizzati da tensioni costante: l’alto e il basso, il vuoto e il pieno. Non è un disco da frequentare assiduamente, e crediamo che vada goduto nella sua interezza in ascolti successivi per poterlo apprezzare, ma è un percorso musicale carico di un fascino trascendente, eppure così tangibile e che non può lasciare indifferenti.

 

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