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7.4

A 25 anni la cantautrice del Tennessee sembra avere alle spalle un percorso umano e artistico che potrebbe bastare per una vita intera. La musicista è arrivata alla ribalta con un esordio, Sprained Ankle, che a 19 le faceva già fare i conti con le proprie radici cristiane, il turbolento coming out da adolescente e i propri problemi con la bottiglia. A 22 anni, con il secondo disco Turn Out The Lights, comincia un processo di maturazione soprattutto sul piano musicale, con arrangiamenti che virano sempre più in direzione post-rock e che allargano la strumentazione fino a dare l’idea che Baker abbia cominciato a scrivere per una vera e propria band.

Questo terzo disco, uscito dopo la collaborazione con Phoebe Bridgers e Lucy Dacus per l’EP a firma boygenius, conferma la direzione e l’evoluzione. Anzi, mostra un ulteriore salto di qualità. Registrato in solitaria, con Baker che ha suonato tutto da sola, Little Oblivions è in realtà pensato in tutto e per tutto perché possa avere una dimensione da band, perché possa essere suonato live sul palco (quando si potrà…). Lo si percepisce fin dall’iniziale Hardline con quell’incedere quasi epico che per intensità fa pensare alle cavalcate di Florence and The Machine (non a caso il missaggio è di Craig Silver, al lavoro anche con The National) e rimanda al sound Constellation. E viene confermato dal crescendo springsteeniano di Ringside, che sarebbe perfetto per un concerto in riva al mare al tramonto.

Ma l’evoluzione sonora non ha intaccato minimamente la brutale intimità e la profondità tematica che da sempre contraddistinguono il songwriting di Baker. In Faith Healer si torna fin dal titolo sul complesso rapporto con la religione («I’ll believe you if you make me feel something»), mentre Hardline indaga la violenza e il rapporto tra vittima e perpetratore su di un piano squisitamente intimo, al punto da disarmare e colpire al cuore l’ascoltatore («Knocked out on a weekend; would you hit me this hard if i were a boy? / See I don’t need you to defend me, cause it’s just the sort of thing that I enjoy»). Song in E, costruita al pianoforte, mostra chiaramente una della grandi influenze di Baker, ovvero quell’animo gentile e profondo che è stato Elliott Smith, e torna a parlare dell’alcol e delle ragioni per cui ci si può trovare ad annegare («I wish that I drank because of you and not only because of me»).

Ci sono paure, racconti personali, un senso di evoluzione, il coraggio di guardare dritto negli occhi il dolore, le difficoltà di mettersi nei panni degli altri («I can see myself your blood-shot eyes, wondering if you can see yourself in mine»canta in Bloodshot): Little Oblivions è un altro passo nella riflessione di un’artista in cerca del proprio senso nel mondo, fatto con sempre maggiore consapevolezza dei propri mezzi. Chi vorrà ascoltare, sappia che si tratta di un privilegio.

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