Recensioni

Esplorazioni di fantastiche giungle, contemplazioni di giardini zen dalla complessa botanica, attraversamento di specchi di carrolliana memoria, ovunque nella musica di Kaitlyn Aurelia Smith è un fiorire di colori e profumi. La sua è musica che può farsi avvolgente e spiraliforme, accompagnando così l’arco evolutivo della vita (come già accaduto in The Kid), così come orizzontale ed esplorativa, descrivendo colline e paesaggi (EARS) oppure conducendoci per mano lungo le ondulate bordature dell’astronomia (Euclid).
Portale lisergico e assieme veicolo di ricerca interiore, per Aurelia l’atto del suonare è espressione d’amore nei confronti della pura vibrazione elettronica, ergo dell’elettricità che l’alimenta, ma non in senso lynchiano o hauntologico. Nelle macchine della compositrice californiana – che ha avuto l’onore di condividere un disco con Suzanne Ciani – non albergano fantasmi, altri mondi o bad trip, ma paesaggi di fantastica innaturalezza ricchi di elementi assolutamente naturali, mondi bucolici dall’immacolata bellezza o, se vogliamo metterci dalla parte dei detrattori, texture apparecchiate con stucchevole prosopopea neo-hippy. Dai primi lavori a quest’ultimo, drappeggi d’acqua tiepida e un armonioso mondo vegetale costituiscono gli elementi ricorrenti di un’affascinante e riconoscibile tavolozza sonora, un ecosistema, si è più volte letto e detto, in cui è lei per prima a immergersi. Aurelia sceglie i tasselli del mosaico da colorare con la propria voce, o meglio con i suoi mantra, affermando implicitamente che ogni cosa è interconnessa e risponde a un disegno superiore. Lei citerebbe il suo amato Alan Watts, noi il nostro Battiato, è uguale, e questo è uno dei tratti che la distinguono profondamente dalla solitudine e dalle paranoie di una Laurel Halo i cui vocalizzi (The Steady Heart) sono comunque esteticamente associabili a quelli della Smith.
Nel nuovo lavoro il concept tematico armonico/evolutivo di The Kid viene in parte accantonato, viceversa il tratto olistico-minimalista debitore di un Glass o Hassell evolve, da metà tracklist in avanti, in mini sinfonie (in passato dicevamo all’ananas) arrangiate su seducenti giochi stereofonici. Remembering, Expanding Electricity e The Steady Heart sono aerei arrangiamenti per musica da camera che, attraverso un’illusione tutta elettronica, mimano (o meglio campionano) strumenti acustici come flauti (con un ché di Florian Schneider), oboi e archi per un effetto svelamento che altrove viene più efficacemente sublimato (The Spine Is Quiet In The Center). La prima parte del disco è invece quella in cui viene maggiormente esplorato un accompagnamento sonoro per pratiche di meditazione e yoga (vedi anche gli ossimorici titoli scelti per tracce come Carrying Gravity o Unbraiding Boundless Energy Within Boundaries, quest’ultima dall’inconsapevole retrogusto orbiano), le stesse esplicitamente indagate nel disco registrato nel 2013, Tides: Music for Meditation and Yoga.
Non ci troviamo di fronte a un piccolo caso discografico come era accaduto per il sopracitato The Kid ma a un lavoro guidato da un paragonabile trasporto, che conserva intatta la passione per la materia. Nonostante il disco fluisca senza particolari picchi creativi (ok, Expanding Electricity è la migliore), la qualità e generosità della proposta non viene mai meno.
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