Recensioni

4.5

Anche se non serve spulciare nelle charts ufficiali per capire che qualcosa sta cambiando nell’Olimpo del mainstream, è singolare notare come stiano lentamente calando le percentuali di vendita di mostri sacri del pop da classifica come Lady Gaga o Katy Perry. L’Artpop della Germanotta, pur mantenendosi saldo in vetta a Billboard, ha venduto al debutto “solo” 260.000 copie a fronte del milione totalizzato dal precedente Born This Way, mentre il nuovo di Eminem ne guadagna quasi 900.000. Non va meglio alla collega Katy Perry che, a fronte di un successo planetario col singolo Roar, riesce a vendere solo 286.000 con Prism, poche in più di Bangerz della “nuova” Miley Cyrus. Eppure la Hannah Montana del Tennessee (classe 1992) consegue un impressionante numero di posizioni in Top 10, fra cui spiccano le prime posizioni in UK e U.S.A. A sentirli, i due dischi, paiono mondi lontani. Per scelte, per gusto, per tematiche. L’una – la Perry – tutta presa a sbandierare i propri sentimenti in faccia al primo fan cafone; l’altra – la Cyrus – impegnata a mostrare qualcos’altro perché “questo è il modo in cui voglio affermarmi nel 2013”. Pare proprio che qualcosa si muova lassù nell’Olimpo dei più pagati. Ma cosa? E perché questo cambiamento di gusto?

Forse perché al pubblico, che si scandalizza (e gode, e si diverte in pantofole) davanti alle pose smaliziate (leggasi semplicemente di cattivo gusto) di una Miley Cyrus che un tempo cantava ninnananne ai bimbi su Disney Channel nelle vesti di Hannah Montana, evidentemente non basta più un po’ di panna che spruzza dal seno di una Katy Perry che, perlomeno, ci metteva una buona dose di (auto)ironia. Non basta più l’autoironia perché quella che forse era una presa per i fondelli consapevole, è diventata in poco tempo la realtà. Non è un caso che chi ha l’occhio attento ai fenomeni contemporanei, come Harmony Korine, non si sia fatto sfuggire tale tendenza, fissandola su una pellicola – Spring Breakers, recuperatela se l’avete persa – che, attraverso le gesta di quattro colleghe di Miley (per l’esattezza, le principessine Disney Vanessa HudgensSelena Gomez, Ahsley Benson e Rachel Korine) unite a un altro occhio attento all’attualità, James Franco (se non ci credete guardate qui), racconta la vacuità del contemporaneo senza risultare blasé.

Tanto Prism quanto Bangerz nascono da una rottura. Il divorzio della Perry e la separazione della Cyrus con Liam Hemsworth. Ma il divorzio e l’età anagrafica della Hudson di Santa Barbara, congiunti con il cambiamento di clima di cui si parlava prima, hanno generato un insolito ritorno all’introspezione (leggasi pure, fare le cose sul serio). Anzi, proprio la teatralità non più autoironica del sexy, del dirty, dello sfacciato di Miley hanno probabilmente fatto nascere nella Perry un rifiuto, una repulsione paranoica, come se ci dicesse: “Adesso vi faccio vedere io come si fa musica di un certo tipo”. Peccato che se uno nasce Fame Monster (per citare Gaga), non può cambiare con un po’ di polvere di stelle. E Prism, oltre che old-fashioned, sembra un brutto tentativo di fare la paternale. Lo stesso vale per Artpop, sia chiaro, premesso che la signora Germanotta non ha mai avuto l’autoironico nelle corde; semmai un piccolo santuario di ritualità, di epicità grottesche, mostruose, che l’hanno resa irripetibile. Ma se già Born This Way si faceva scimmiottare da Madonna nei concerti del 2012 (che la canticchiava sopra Express Yourself), Artpop sembra buttar giù persino i fan di vecchia data, delusi, ancora una volta, dalla mancanza di potenti brani da top 10.

In Bangerz, dall’altra parte, si sente tutta la ragazzina di provincia, cresciuta al Sud e allevata sul mito di gente che – con un colpo di bacchetta magica – è finita nella produzione del disco. Parliamo di Pharrel, Will.i.am, Dr. Luke o anche Britney Spears, Big Sean o Nelly. La parabola cristologica della Cyrus è quanto di più ferocemente contemporaneo ci sia nel mondo in cui viviamo. Dal tubo catodico al meme, dalle tonnellate di parodie all’incontro/scontro (a dire il vero un po’ moralistico anche quello) con Sinead O’ Connor, passando per gli avatar a forma di gattino: non c’è limite e non c’è controllo alla frenesia della Cyrus. Allevata – come le altre principessine Disney – nel nome della castità, dei buoni sentimenti, dei valori sacri (che a noi italiani fanno sempre venire in mente il Ventennio), Miley ha dovuto bruciare le tappe, schiantandosi rovinosamente con un mondo che, pur alimentando lei stessa, la scaricherà ben presto con la stessa facilità.

Ma è questo il suo momento. E lo dimostrano (oltre alle vendite) persino le scelte stilistiche dell’album. A metà fra R&b e hip hop, il disco ha sì l’aria di prendersi sul serio, ma in modo terribilmente contemporaneo. Lo fa in chiave dream pop con Adore You o rap con SMS, in chiave blues con 4×4 o tweet-dance con #GETITRIGHT. C’è persino lo sfottò all’indie folk più stantio in Maybe You’re Right e c’è qualche accenno di witch/dubstep in Drive e FU, per non parlare del funky daftpunkiano di On My Own. Come il Bling Ring di Sofia Coppola che andava a svaligiare le case delle star di Hollywood senza sapere più chi, cosa o perché, ma solo per il gusto di farsi dei sontuosi selfie in flagrante, la Cyrus colleziona figurine nel marasma della modernità. E, a giochi fatti, non le riesce neanche male. Sicuramente perché dietro ai mixer ci sono mani esperte, ma anche perché noi ascoltatori, allo stato attuale, percepiamo più in linea la sua di proposta rispetto a quella sdolcinata (e un po’ soporifera) della Perry. Percepiamo, ma non sopportiamo (si spera), perché solo l’occhio attento può farci distinguere il racconto di una decadenza da una decadenza effettiva. E se Spring Breakers (o Bling Ring – con modi diversi e risultati diversi) guardano con occhio distaccato (e ci costringono a guardare con una certa amarezza) la decadenza, Miley (come fenomeno) è la fonte che l’alimenta, pur tenendoci incollati al teleschermo mentre Robin Thicke, banalmente, glielo appoggia.  

La Perry, in tutto questo cambiamento, ha dovuto adeguarsi. Le cose andavano più veloci di lei. Bei tempi quando bastava dire “I kissed a girl and I liked it” per trovarsi nell’occhio del ciclone. Oggi s’è trovata spodestata da chi effettivamente non ha fatto nulla per meritarsi i risultati ottenuti, se non rendere seriose e vuote le sue stesse idee, che in un’ottica kitsch e simpaticamente melodrammatica potevano reggere la baracca. Prism si schianta contro il contemporaneo, esattamente come fa Artpop e in maniera speculare a quanto fa Bangerz. Se i dischi della Perry e di Gaga sono lo smascheramento delle pop star, che non vogliono (leggasi, non hanno più bisogno di) inventare paesi dei balocchi, parrucche o scene lesbo per fidelizzare un pubblico che è diventato solo di devoti e che non gli girerebbe in ogni caso le spalle, quello della Cyrus è l’appiattimento definitivo, è la bandiera bianca, che, ironia della sorte, descrive al meglio (e fa identificare al meglio i) teenager del 2013. Se i nomi d’arte fossero nomi di supereroi, potremmo dire che Perry torna Hudson, Lady G torna Stefani, ma Miley Cyrus uccide il suo doppio (Hannah Montana) creando un canone inverso non da poco.

In Prism, il kitsch (il cui padre, in arte contemporanea, si chiama Jeff Koons, creatore della copertina di Artpop) è solo accennato nel ruggito (timido) della tigre di Roar, nelle citazioni dance anni Novanta di Walking On Air, nell’occhio di bue puntato sulla diva a nudo (come nell’artwork, d’altronde) di Uncoditionally. Lo scopo di Prism, stando alle dichiarazioni, era quello di riprendere e rendere omaggio alla grande musica dance di matrice scandinava. Sebbene la produzione coincida (salvo i grossi nomi) con quella di Bangerz – con Dr. Luke e Cirkut di nuovo ai mixer ­­-, è soprattutto Klas Åhlund – storico collaboratore di Robyn – ad essere la vera e propria linea guida del progetto. Se è comunque da stimare il tentativo di rinnovarsi non rendendo perle (si legga hit) ai porci, è vero anche che solo lì risiedeva la forza del team della Perry. Quella capacità che ha pagato nei precedenti lavori (e che continua a pagare con Roar) di creare, per mezzo della potente ed affascinante voce di Katy, una macchina da guerra (si legga da soldi) in grado di sbarellare tutte le classifiche. Quando non ci si esercita su questo schema, il cattivo gusto e il puzzo di artificioso salgono ancora più in superficie. A poco servono le incursioni hip hop di Juicy J in Dark Horse, le citazioni orientaleggianti di Legendary Lovers, le riflessioni sul recente divorzio in Ghost. Tutto scade in un melenso-monotono giro di riflessioni (non più ciniche o ironiche come un tempo) su se stessa e sui colori rifratti nel prisma della sua anima ferita. Probabilmente il disco venderà, a lungo e forse più del precedente, e sentiremo Walking On Air in tutte le discoteche, club, pub, lidi, cabine doccia, water, bidet nell’arco di nove mesi, ma ciò non toglie che Katy ha bisogno di rivedere il suo orientamento musicale, magari tornando di nuovo a farci ridere un po’.

 

 

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette