• nov
    11
    2013

Album

Interscope Records

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Era inevitabile. La sensazionalistica rincorsa alla notizia non poteva basarsi perennemente sulla cultura dell’eccesso e per alimentare nuovamente il loop di ego-marketing che ha trasformato Lady Gaga nella più grande icona pop del nuovo millennio c’era bisogno di un cambiamento per certi versi radicale, per evitare che il cannibale finisse per autofagocitarsi. Ecco quindi che con la classica – enorme – dose di astuzia, nelle ultime fasi promozionali, la Nostra si spoglia della patina iper-appariscente e sceglie – in più occasioni – di mostrare il proprio lato più intimo: Lady Gaga che diventa Stefani Germanotta e non viceversa.

Una scelta, appunto, quasi obbligata, non tanto da questioni di mercato – nonostante un Born This Way a suo tempo schiacciato dalla semplicità glitter-free del pop di 21 di Adele – ma proprio a livello artistico: Mrs. Germanotta sa bene come non deludere il proprio pubblico – con il quale ha un rapporto quasi simbiotico – e sa altrettanto bene quali siano le mosse per creare un gap culturale tra la propria figura e quella delle altre tra$h-pop diva. Basta tirare in ballo l’arte contemporanea – meglio se fashion-centrica – e qualche riferimento più aulico del mero motto “Just Dance” che la lanciò inizialmente come una delle tante act dance-pop usa e getta. L’aspetto musicale finisce inevitabilmente in secondo piano e diventa così un semplice pretesto per diffondere il verbo, mistico punto di congiunzione tra musica pop e religione. Un aspetto musicale inizialmente dozzinale (il debutto The Fame) e poi, già dall’update The Fame Monster, sempre più attento a dettagli fatti di citazioni e micro-sperimentazioni mascherate da “glamouramico” intrattenimento spicciolo (Born This Way).

Il terzo album di Lady Gaga è un vero e proprio manifesto delle intenzioni, partendo da un titolo che è tutto un programma (ARTPOP) per arrivare a un – discutibile – artwork che riassume il concetto alla base del disco. L'”artpop” in questione non ha infatti nulla a che vedere con l’omonimo genere musicale che regala da anni gioielli pop d’alta classe, ma è la sintesi dell’universo multi-concettuale che Stefani mette in piedi, costituito da mosse tattiche (lo show al Berghain, le non-notizie sulla sua sessualità, ecc…), messaggi universali e provocazioni facili in un vorticoso incrocio tra arte, fuffa e hit. Il più grande limite di Gaga – il che, ad esempio, le impedisce di essere paragonata a grandi del passato come Bowie, capaci di far confluire l’eccentricità glamour nella pop culture – è l’incredibile dislivello tra l’impatto visivo-mediatico-generazionale e la musica contenuta nei dischi.

Il singolo di lancio Applause è l’esempio lampante: si genera un’attesa fuori misura, come se il ritorno di una pop star fosse un evento storico da tramandare ai posteri, poi esce il brano e ci si rende conto che si tratta di un semplicissismo e ordinario brano pop, uno dei tanti. Lo stesso discorso si può applicare all’intero ARTPOP. Apparentemente più vario delle prove precedenti (specialmente di The Fame), l’album vorrebbe poter vantare sia le velleità da classifica del “pop leggero e divertente”, sia le intenzioni più “alte” introdotte con Born This Way, fallendo però in entrambi e casi: da un lato la concentrazione di killer-tracks è più bassa del previsto e i ritornelli non incidono come in passato, dall’altro lato non si avverte quello step artistico necessario per fare la differenza. Inoltre, un disco-evento che sulla carta vorrebbe caratterizzare gli ultimi sgoccioli del 2013 e tutto il 2014, non può limitarsi a collaborazioni anacronistiche (T.I, Twista, R.Kelly) o preferire il supporto di meri hit-makers (David Guetta, Zedd, Will.I.Am) a dj/producers di maggiore attualità potenzialmente modellabili sul Gaga-pop (Gesaffelstein, un nome che viene in mente).

A livello stilistico il focus si sposta più che in passato su binari figli della black music, tra slap-bass più o meno digitalizzati e groove sincopati che scorrono da Do What You Want con R.Kelly fino al comunque piacevole diversivo Fashion!, brano in cui fanno il loro ingresso ritmiche disco-funk – altezza french touch – che non sembrano però rientrare perfettamente nelle corde di Lady Gaga, sempre più propensa ad un’esuberanza vocale alla ricerca di una potenza graffiante poco utile al risultato finale (il rischio Christina Aguilera-zone è dietro l’angolo). Non mancano i consueti riferimenti all’operato di Madonna (la title-track e il suo emblematico “my artpop could mean anything” e il chorus di Venus), il classico esercito di filler – destino praticamente inesorabile quando si pubblica un disco di quindici tracce (Manicure, G.U.Y e una Gypsy in cui RedOne non riesce a far quadrare il cerchio) – e la piano-ballad di turno intitolata Dope, costruita su un abusato giro melodico e impregnata di enfasi melodrammatica. La newyorkese continua quindi a convincere maggiormente quando entra prepotentemente nella dimensione club/EDM con brani full-energy che, per quanto frivoli, riescono almeno nell’intento di intrattenere: Swine e i suoi bassi storpiati in grugniti, Donatella (e quel “rich bitch” di Die Antwoordiana memoria) e Aura, una sorta di nuova Judas.

ARTPOP è un disco che mostra una Lady Gaga con una capacità attrattiva meno forte che in passato, penalizzato da una natura confusionaria e transitoria che, ottimisticamente, costringerà Stefani Germanotta a rivedere le proprie priorità artistiche colmando quel dislivello precedentemente citato: c’è bisogno di un taglio più netto, di una ripartenza prima di tutto musicale, di un suo Ray Of Light.

4 Novembre 2013
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