• Mar
    04
    2016

Album

Interscope Records

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Dio, la comunità nera, la fama, il punto di incontro tra l’industria musicale e gli homies, la violenza, il sesso, l’integrazione, l’immagine pubblica, l’autostima. Questo elenco rappresenta l’insieme di temi racchiusi in untitled unmastered., ultima fatica di Kendrick Lamar (che è poi una sorta di raccolta di outtake del periodo 2013/2016, a dar fede ai titoli della tracklist, che sono semplicemente datazioni). È interessante metterli così, nero su bianco, uno dietro l’altro, anche per creare una distanza critica e avere il coraggio di dire: non è che questi siano argomenti innovativi, per un disco di matrice black. Quello che contava però, in To Pimp A Butterfly, era proprio la capacità (o la fortuna) di Lamar di dare risalto alla complessità delle contraddizioni statunitensi in una maniera che fosse tutt’altro che lineare. Raccontare una storia attraverso la musica più come un insieme di pezzi di vita che come una narrazione piana, poco arzigogolata. Ed era un’operazione sicuramente sincera: quella confusione, con pochi punti cardine (“I love myself”) era dispersiva e titanica (anche per minutaggio), ma terribilmente affascinante. Non erano nuovi gli ingredienti con cui si cucinava, ma le lezioni di vari maestri (dal funk all’hip hop, passando per la politica) venivano sintetizzate in una sola, aggiornandole tutte.

Con untitled unmastered. abbiamo sicuramente un disco meno grosso del precedente, ma comunque un documento filologicamente interessantissimo, nonché un album che regala, se non capolavori, quantomeno momenti di classe che ribadiscono, semmai ce ne fosse bisogno, la bravura di Lamar. Basta ascoltare untitled 06 06.30.2014: inizio da James Brown con la batteria al centro, i cori, le tastiere, i fiati che aprono poi a incroci tra lounge e brass band barocchi che filano via lisci. Un piacere. Per tutto l’album l’impressione è quella di stare assistendo alla metamorfosi dell’artista (ed è facile dirlo, col senno di poi): in untitled 07 2014 – 2016, il pezzo più lungo in scaletta, abbiamo la testimonianza di un Lamar che cambia. L’inizio è preso da good kid, m.A.A.d. city, ma poi le cose si spezzano, il pezzo diventa un impasto di hip hop (per il flow) e di rivisitazioni de Il Padrino (per quella che, a occhio e croce, pare una chitarra quasi napoletana) con la batteria in primissimo piano, prima di lasciare il posto alla versione di Lamar meno conosciuta, chitarra e voce lo-fi, figlio del Beck di One Foot In The Grave. C’è poi untitled 08 09.06.2014, che già arriva più vicino a To Pimp A Butterfly, anche se in un modo tutto suo, con un suono simile a Make Some Noise dei Beastie Boys, ma ritmo rilassato; untitled 05 09.21.2014, che riesce nel semi-miracolo di unire sax, groove Flying Lotus e una voce, quella di Anna Wise, che pare uscita da un disco dei Massive Attack¸ prima dell’attacco in rime di Lamar. E infine, l’esempio di untitled 02 06.23.2014, con l’opening drammatico di sax e piano che dà un indizio di ciò che sarà l’inizio di u.

In tutto questo accumulo di istanze, c’è più sistematicità e organicità di To Pimp A Butterfly, ma anche meno lampi di sorpresa: un disco ottimo che manca delle zampate decisive, ma che, per durata e piacere d’ascolto, rappresenta un esempio della classe di un artista forse al massimo della sua forma e che qui ci viene mostrato al lavoro. È come guardare un documentario, uno di quelli belli, uno di quelli da ricordare.

7 Marzo 2016
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