Recensioni

7.5

Una distesa di nuvole minacciose sovrasta un’arida pianura. L’aria rarefatta che anticipa i temporali e la natura nervosa che comincia a ribellarsi. Piante che si dimenano in quella che si preannuncia una violenta scarica d’acqua. Bagliori di fulmini all’orizzonte. E poi, improvvisamente, il cielo squarciato da un raggio di sole, timido ma evocativo. È questa l’immagine – in bilico tra un’apocalittica fine e un’ariosa speranza – che racchiude Singing Saw, terzo album del cantautore texano Kevin Morby (The Babies e Woods) che poco meno di due anni fa, su queste stesse pagine, veniva salutato come uno dei pochi artisti di nuova generazione (insieme, se vogliamo, ai vari The Tallest Man On Earth e Fionn Regan) veramente meritevole di essere accostato al gigantesco nome di Bob Dylan. Un riferimento talmente grande che avrebbe fagocitato molti, ma Morby sembra non aver subito alcun contraccolpo. Anzi, l’impressione è quella di avere a che fare con un artista che è riuscito a gestire con una calma che ha dell’inverosimile le critiche, assolutamente positive ed entusiastiche (Pitchfork all’epoca liquidò il secondo album Still Life con un sempre poco rotondo 7.9), riuscendo a farne tesoro. Che poi si è soliti citare Bob Dylan per pigrizia, ma la musica di Morby in realtà racchiude in sé una storia che va ben oltre il menestrello di Duluth e che si apre ad un’orizzonte di contaminazioni ben più ampio che tocca il blues, il rock’n’roll, il folk e, perché no, le radici punk-rock dello stesso cantautore texano.

Singing Saw, scritto a Los Angeles e registrato tra Woodstock e Brooklyn sotto la supervisione di Sam Cohen, rappresenta la naturale continuazione del percorso intrapreso in solitudine dall’ex bassista dei Woods, il quale, con la malinconia che lo contraddistingue, si fa strada in un sentiero a lui ormai familiare. All’ombrosa Cut Me Down, un folk-blues dilatato e rarefatto, è affidato il compito di introdurre l’ascoltatore nel malinconico immaginario di Morby («Birds will gather at my side / Tears will gather in my eyes /Throw my head and cry / As vultures circle in the sky»), su cui ora scorre anche il sangue di Eric Garner, il ragazzo di colore ucciso dalla polizia di New York nel luglio 2014 e a cui è dedicato (ispirato) il primo singolo estratto, I Have Been to the Mountain. Quando però sembra di essere irrimediabilmente incappati in una spirale macabra e funerea (i sette minuti di Singing Saw e la deliziosa ballata Drunk and On a Star rientrano in questa visione sconsolata), ecco che succede qualcosa che riporta quel bagliore di speranza cui accennavamo all’inizio. È il rock sbarazzino di Dorothy la chiave di volta del disco, una ventata d’aria fresca che spalanca le porte a una seconda parte ben più “briosa” (il valzer di Destroyer, l’esotica Black Flowers e l’ancestrale Water), in cui ad emergere sono quei piccoli, inediti dettagli – arrangiamenti orchestrali, trombe, sassofoni, cori gospel – che vanno ad arricchire la produzione artistica del Nostro altrimenti destinata a rimanere intrappolata nel più classico folk monocolore.

Singing Saw appare come un disco dalla doppia personalità, che alla fine, quando sembra potersi smarrire in un vortice di negatività, si ricongiunge nel volto da bravo ragazzo di Morby. E allo stesso tempo, la musica del cantautore texano, sembra essere un treno che taglia da ovest ad est gli Stati Uniti e che passa dalla solitudine degli spazi rurali, alla vivacità cosmopolita delle grandi metropoli, nutrendosi di piccole avventure. Il segreto è farne tesoro, e a Morby questo riesce più che bene.

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