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Sedici album dati alle stampe in dieci anni, senza contare quelli dal vivo: una bella media, no? I King Gizzard & The Lizard Wizard rispettano appieno il cliché della formazione psichedelica contemporanea iperattiva e sempre sul pezzo. K.G. è però titolo da opera definitiva, se ha un senso il concetto per una band che in pratica, tra studio e live, non s’è mai fermata e che è un carrozzone sempre in divenire, in perenne equilibrio tra ciò che è stato e ciò che è (mentre del doman non v’è certezza, oggi meno che mai). Però c’è un che di inedito, o quantomeno inusuale, per i Nostri in un disco inciso in smart working, con tutti e sei i componenti (più i collaboratori aggiunti) chiusi nelle loro case disseminate nell’hinterland di Melbourne a lavorare da remoto. È cambiato qualcosa? Assolutamente no. Ad ascoltarla, infatti, non si direbbe che l’incisione non sia avvenuta in presenza, e anzi viene il dubbio che Stu Mackenzie e soci abbiano segretamente violato le misure di quarantena imposte da Canberra pur di lavorare fianco a fianco come avevano sempre fatto, il che non ci stupirebbe considerato il piglio da sempre anticonvenzionale dell’ensemble.

Musica microtonale: è questo il perno intorno a cui ruota il nuovo lavoro. Gli esperti ci dicono che è la musica impostata sui microtoni, ovvero intervalli minori di un semitono appartenente al sistema equamente temperato. Ora, tecnicismi a parte, vi diciamo solo che questo tipo di approccio, particolarmente utilizzato nella musica turca e araba, non è nuovo in casa KG&LW, dal momento che il combo l’aveva già adottato tre anni – e sette dischi in studio (!) – fa in Flying Microtonal Banana; pertanto trattasi di un ritorno a tale scala, ma soprattutto un ritorno ai tempi felici della produzione di Re Ventriglio, ché tante delle divagazioni nelle salse più varie che la formazione ci ha propinato negli ultimi tempi erano abbastanza prescindibili (eufemismo). «È stata una delle esperienze più pure e piacevoli che abbiamo mai vissuto – ha detto la band a proposito dell’album del 2017 -, le idee continuavano ad arrivare». E siccome la Banana Volante Microtonale è stata anche uno degli apici della discografia del sestetto, ecco che K.G. può essere descritto come un distillato purissimo del suono della band che prende il meglio dalle produzioni precedenti dandogli, delicatamente ma provocatoriamente, una nuova forma in modo tutt’altro che tradizionale per la musica occidentale, anche se poi «è quasi come un album da fatto da persone normali. Quasi…», lo stesso Mackenzie ha aggiunto scherzando.

Che poi, per i loro standard (ri)produttivi, i KG&LW ci hanno fatto attendere fin troppo a questo giro. L’ultima prova, Infest the Rats’ Nest, risaliva addirittura a un anno e tre mesi fa, e conoscendo le loro abitudini ce n’era di che rivolgersi alla versione australiana di Chi l’ha visto? (che, presumibilmente, il più delle volte avrà a che fare con persone scomparse nel deserto). Ma loro non erano scomparsi, e infatti eccoli rigenerarsi dalle loro stesse membra come lucertole, appunto, che improvvisamente spuntano dai foratini infradiciati di qualche costruzione in disfacimento e scappano via più veloci dei movimenti dei nostri bulbi oculari che vorrebbero seguirne i movimenti. Perché loro corrono, altroché, forti di una ritrovata agilità che gli permette di zigzagare elegantemente tra le unghie di gattacci randagi che artigliano qualsiasi cosa si muova tra Altin Gün, Jerusalem In My Heart e Flowers Must Die (Automation), becchi di corvacci malefici che uccellano ogni velleità da discoteca vintage di Beirut o del Cairo (Instrasport, dai sorprendenti influssi disco funk) e le grinfie di screanzati bimbiminchia che si divertono a staccare code muovendo la testa come ossessi sulle note di bluesacci intrippati (Minimum Brain Size).

Il gruppo australiano fa quello che ha sempre fatto ma è tornato a farlo al meglio, stavolta declinando la sua proverbiale, sgargiante policromia in fatto di influenze musicali in salsa mediorientale. Inscuriti i pigmenti trash-metal e hard&heavy della precedente prova, ma mantenuti vividi quelli psych, acid e prog, con l’aggiunta di sputacchi free-jazz e addirittura lounge, la formazione si riveste di tinte levantine da mille e una notte calandosi appieno nel ruolo di mercanti di stoffe pregiate in terre ideali per i loro affari perché da sempre culle di scambi e commerci. Un contesto perfetto per rifilare una Straws In The Wind, western sincopato dalle inflessioni indiane e finanche dagli accenti sperimental/weird alla maniera degli Animal Collective solo dieci volte più lisergici; o una Honey, che scucchiaia pillole di ascetica sapienza buddista rimasticata sullo stile di un’autistica litania radioheadiana altezza In Rainbows; o ancora, una Some Of Us dissonante melting pot di suoni e rimandi che emana olezzi da megalopoli asiatica. Insomma, ce n’è di che sistemare figli e nipoti: per essere microtonale K.G. ce le ha smisurate, le ambizioni.

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